culture, società

Il fenomeno Poveglia

Forse non verranno puntati neanche una volta quei mille euro di rilancio, sul piatto telematico dell’asta. Forse non ci sarà gara con l’imprenditore mascherato dietro il suo username 10801. Ma quello che è riuscita a mettere in moto un’isola abbandonata, perduta come uno scoglio nella laguna di Venezia di fronte a Malamocco e infestata per lo più di fantasmi, non sarà archiviato velocemente.
Poveglia è diventata un fenomeno, più che una gara d’asta. Nel giro di un mese l’idea nata in un bar della Giudecca, «compriamoci l’isola», è diventata una possibilità. E’ stata presa in contropiede la stessa Agenzia del Demanio, che ha messo all’asta il diritto di superificie da qui a 99 anni.
Un fenomeno mediatico innanzitutto, tanto da campeggiare con disinvoltura ieri sulle pagine del New York Times. Il quotidiano americano ha rilanciato la domanda di Mr Pesola, che di nome fa Lorenzo ed è il portavoce dell’associazione civica che vuole riprendersi l’isola: «Quale Venezia abbiamo in mente per il ventunesimo secolo?». E’ il quesito che in queste settimane è rimbalzato ovunque, suscitando l’entusiasmo di oltre 14.200 sostenitori in internet, 3680 soci e oltre 100 volontari full-time.
«A me non ha sorpreso – mette le mani avanti il primo cittadino, Giorgio Orsoni – E’ smentito chi dice che Venezia è morta. Lo dico da tempo: qui c’è un’anima viva e vicace». E se l’operazione non riuscirà, non c’è il rischio che tutto rifluisca? «Sono convinto che il progetto andrà in porto comunque, ha gambe solide per andare avanti». Niente è più come prima, è sicuro il sindaco.
Su questo sembrano tutti d’accordo. E’ come se fosse successo qualcosa in città. Lo stesso interesse arrivato dall’estero non ha l’identikit dei tradizionali comitati per il restauro. Giorgio Orsoni lo spiega così: «E’come se oltre la città-monumento si fosse scoperta l’esistenza di una città-comunità».
Eppure. «I cittadini in realtà si stanno ricomprando un patrimonio che è già loro – riflette Gigi Lazzari, presidente regionale di Legambiente, che pure è un sostenitore dell’operazione civica – E’ come se, per riprendersi un diritto, si dovesse passare attraverso le leggi della proprietà privata». Aggiunge: «Il fatto di sentirsi direttamente proprietari, porterà tutte queste persone che si sono così mobilitate, ad appassionarsi con il tempo anche alla cura quotidiana dell’isola? Voglio dire: è aumentata la consapevolezza sui beni comuni? È diventata davvero senso comune?».
Chi ha fatto un’esperienza simile è l’associazione Vas. Alla fine degli anni ’90 ha ricevuto in concessione l’isola di San Giacomo in Paludo, abbandonata e in grave stato di degrado. In questi anni l’ha rimessa a posto e aperta al pubblico. E poi, sorpresa, il Demanio l’anno scorso l’ha messo in vendita per 90 anni. Ricorso al Tar, vinto quest’anno dall’associazione. «Strane storie italiane di dismissioni», scuote la testa Giannandrea Mencini, del Vas, che si chiede: «è sufficiente avere un titolo di concessione, per essere al sicuro di fronte ad uno stato che ha furia di svendere tutto?». Come mettere allora al riparo Poveglia da questo rischio? «Questa esperienza un antidoto ce l’ha: la mobilitazione dell’opinione pubblica e la partecipazione che ha creato».
Di questo ne è convinta anche Ilaria Borletti Buitoni. Sottosegretaria ai Beni Culturali, si dice convinta che il successo dell’operazione civica di Poveglia nasca proprio da questa felice stagione di «sensibilità diffusa e di senso del proprio territorio che i cittadini hanno molto più che le istituzioni. Lo dimostrano non solo le casse di questo ministero che languono, ma anche il fatto che ci troviamo a vendere pezzi di patrimonio perché non si è mai pensato di valorizzarlo come fonte di crescita».
Parole pesanti «In fondo tutto questo ha a che fare proprio con il ruolo delle istituzioni, che dovrebbero sempre chiedersi cosa fare del proprio territorio, che progetti mettere in campo, con che strumenti, con quale partecipazione», commenta Alberto Sonino, velista e imprenditore, che in un’altra isola della laguna, quella della Certosa, si sta cimentando con un progetto di parco, pronto per il 2015, con tanto di servizi, ristorante, orti e albergo. Quello che Poveglia forse chiede a tutti è di quale sfera pubblica abbiamo bisogno.

Corriere del Veneto

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