Odiate e necessarie, lo strano destino delle Soprintendenze

Finite anch’esse, non senza polemiche, sotto la scure della spending review tuttora al vaglio della Corte dei Conti e oggetto di tanti tentativi di riforma, ultimo quello di Massimo Bray, le Soprintendenze continuano ad essere un corpo misterioso e piuttosto maltrattato nell’infrastruttura culturale dello Stato.
Non pochi le considerano un ingombro ottocentesco. Di più: in tanti le vorrebbero con le unghie ben tagliate. Lo ricorda Giancarlo Galan, già ministro ai beni culturali pur per breve tempo, e attuale presidente della commissione cultura alla Camera. «Non c’era riunione del Consiglio dei Ministri cui abbia partecipato, in cui qualcuno non cercasse di limitare i poteri dei Soprintendenti nel campo della tutela. Attacchi e trappole venivano da più settori: quando c’era un riferimento a “Conferenze dei servizi” o all’urbanistica tendevamo le orecchie. Per fortuna avevo un buon team: ogni tentativo lo abbiamo sventato. Non credo me l’abbiamo perdonata».
Il nodo sta nel cuore della Costituzione, in quell’articolo 9 sulla «tutela del paesaggio e del patrimonio artistico della nazione». Compito affidato a queste sentinelle o, come le definisce il direttore regionale veneto Ugo Soragni, «simili alle caserme dei carabinieri nel controllo del territorio».
Renata Codello, che guida a Venezia la Soprintendenza dei beni architettonici e paesaggistici, li chiama invece «luoghi di consapevolezza del patrimonio, soggetti terzi non legati a interessi di parte e per la maggior parte dei casi veri e propri incroci di altissima professionalità scientifica e tecnica».
Ma se questo è il profilo, perché tanto accanimento? Necessità di modernizzazione e di controllo della spesa, strutture più snelle e capacità di stare al passo coi tempi. Non c’è ministro che non elenchi queste priorità, in buona fede o meno. L’ultimo, Dario Franceschini, ha parlato a fine aprile degli accorpamenti annunciati in alcune regioni, come mezzo per garantire «maggiore efficienza che si unisce ad una buona dose di gestione manageriale».
«Il fatto è che tutto questo arriva dopo che in due anni sono stati tagliate per almeno un terzo le spese di funzionamento ordinario – spiega Stefano Vanin, che per la Cgil Veneto si occupa di Funzione Pubblica – Parlo di riscaldamento, solo per fare un esempio. Il contratto è scaduto da anni e il blocco del turn over è tuttora operativo: mi sembra che tutta la discussione dovrebbe tener conto di questo contesto, cioè di una progressiva distruzione di quello che dovrebbe essere un asse strategico per le politiche culturali ed economiche».
Tra le ipotesi di riforma si parla spesso di sostituire il modello attuale (soprintendenze diffuse nel territorio e distinte per ambiti: paesaggistico, archeologico, architettonico, archivistico) con un sistema misto e con un solo dirigente. In Italia il solo esempio già sperimentato è quello in vigore in Sicilia. Funziona? «Mi sa che è l’intera Sicilia a non funzionare come sistema, figurarsi le Soprintendenze», sorride Galan: «e comunque sarebbe buona prassi prima di formulare qualsiasi ipotesi di riforma, verificare cosa ha funzionato e cosa no nelle riforme precedenti».
Che fare dunque? «Primo: qualsiasi riforma deve passare attraverso il parlamento, motivo questo per cui gli annunci di Bray si sono arenati subito. Secondo: difesa del sistema straordinario delle soprintendenze, alla cui guida tuttavia ci dovrebbero essere persone con una formazione più libera, più aperta, meno “nemica”. Che abbiano cioè un’idea di “tutela” seria e flessibile, capace di trovare soluzioni positive e non solo dire “no”, che non consideri i privati nemici della cultura». Così l’ex- ministro ed ex-governatore veneto.
Comunque, il modello “misto” siciliano sembra convincere molto pochi. Vincenzo Tiné guida la Soprintendenza archeologica veneta da Padova, che compie giusto cento anni. Parla di «caos e di sbando» a livello centrale. E riflette sugli interventi che potrebbero migliorare il funzionamento della macchina di tutela. Un esempio? «Unificare i diversi uffici regionali con la medesima competenza, creando uniche Soprintendenze per ciascuna materia. Per esempio in Veneto non si capisce perchè ci sia da sempre un’unica Soprintendenza archeologica, ma ben tre architettoniche e tre storico-artistiche. Raggrupparle per competenze specialistiche sarebbe più utile. Il direttore regionale potrebbe avere un ruolo di coordinamento».
Tutti denunciano da dentro come «le Direzioni regionali stiano letteralmente scoppiando sotto il peso di innumerevoli adempimenti burocratici ed economici, tra gare, vincoli, autorizzazioni». Alla fine nessuno sembra contestare che il modello organizzativo possa essere migliorato, che la struttura possa essere più snella, l’importante sarebbe «valorizzare i punti di eccellenza – sottolinea Codello, che ha firmato uno dei più ambiziosi interventi a livello nazionale, le Gallerie dell’Accademia – l’altissima professionalità e la qualità delle azioni di restauro e conservazione, la capacità di innovare e sperimentare di cui molte Soprintendenze hanno dato prova».
Alla fine, sottolinea Soragni, «il solo fatto di evocare grandi riforme che spesso si arenano, provoca il più delle volte lentezze e difficoltà, incomprensioni e rallentamenti funzionali. Non sarebbe meglio ad esempio cominciare a condividere e a diffondere le buone pratiche, puntando all’eccellenza dell’intera struttura?».

Cult/VeneziePost

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