Solo per i tuoi occhi

Un piccolo essere in bronzo dal sesso incerto, appoggiato su un ginocchio, la mano in fronte. Da un foro sulla schiena si metteva l’acqua e quando bolliva su un fornello, il vapore faceva girare la scultura, forse per meravigliare gli ospiti. E’ un Soffiatore datato XII secolo. Siamo alla Guggenheim Collection di Venezia. E ci si riprende dallo stupore, tra unicorni d’avorio e arazzi del ‘500, solo scoprendo là a fianco il Dono irreale di Man Ray, un ferro da stiro con una fila di chiodi sulla piastra. La data è più familiare: 1963.
Da Peggy è sbarcato il gabinetto di meraviglie di Richard e Ulla Dreyfus-Best.
Coppia di collezionisti di Basilea, lui banchiere scomparso nel 2004 e lei storica dell’arte. Fino al 31 agosto mettono in mostra 120 pezzi tra tele, oggetti e sculture, piccola parte della loro collezione. Solo per i tuoi occhi si chiama, evocando James Bond, ma soprattutto la dicitura che lo spionaggio inglese mette(va) sui documenti top-secret. For your eyes only qui «non è che l’invito a entrare nel mondo di Richard e Ulla, per la prima volta esposto al pubblico», racconta il curatore Andreas Beyer.
Sorprendente e spaesante, sala dopo sala la mostra diventa un crepitio di alterazioni visive. Il filo lungo è il «manierismo come concetto – continua Beyer – Non tanto come come momento e stile, né con quell’accezione negativa acquisita nel tempo: il manierismo come atteggiamento che sfida i canoni, svela dell’arte la sua logica e la sua intelligenza».
Fulcro per Beyer è Heinrich Fuessli, illuminista inquieto e romantico nero, che unisce al rigore dei corpi l’aritmia delle visioni, così la tragedia si accende in Romeo al letto di morte di Giulietta (1810) o si sorride con la spavalda Dama con gonna sollevata davanti a una specchiera (1790).
Ma è l’insieme, come un coro, che attrae e spinge in un’altra sala. Sono le cacce ai polli di Faustino Bocchi, dove uomini e bestie si confondono. L’assurdo nella Invidia di Pieter Bruegel il Vecchio vicino alla spaventevole Nora di Hans Bellmer del 1948. Si può entrare nel Negozio di osteologia, tra signorine doloranti e scheletri appesi di Paul Delvaux (1949) e perdersi nelle scarpe-piedi di Magritte o nel tavolo-lupo di Victor Brauner (1939). Si può farsi sfiorare dalla Psiche dall’oltretomba di Giulio Lippi (1530) o dalla donna col fiore in bocca di Matthew Barney.
Peggy Guggenheim si sarebbe divertita. Con Richard Dreyfus si erano conosciuti e si erano sintonizzati su quelle frequenze di curiosità bulimica e rigorosa e di attrazione per il surreale. Perché questa è anche la storia dei grandi collezionisti del ‘900. E delle relazioni tra i loro artisti più amati. E’ il caso di un piccolo collage di Max Ernst, Lezioni oscure del 1929. Si vede una bambina che sistema il cravattino a un uomo seduto su una poltrona, sopra una foca, in una nave battuta dalla tempesta. E’ un regalo per André Breton. Quest’ultimo lo dedica allo scrittore americano Julian Green. Nei giri della storia, sarà immancabile a casa Dreyfus-Best.

Corriere del Veneto

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