Le colonne di Heinz Mack sotto il cielo di San Giorgio

Promettono di essere uno spettacolo di luce senza pari, a Venezia, nel cuore del Bacino di San Marco. Sono le colonne che reggono il cielo sopra l’isola di San Giorgio Maggiore, ovvero l’opera monumentale firmata dal tedesco Heinz Mack, 83enne star dell’arte del Novecento. Le sue nove colonne, in semplice fila per tre, sono dei cubi alti 7 metri, ricoperti da 850 mila tasselli di mosaico, in foglia d’oro, di due centimentri per due.
Da oggi sono pronte a catturare la luce e dispiegarla con un’intensità tale da lasciare senza fiato.
Forti della potenza poetica, più che delle dimensioni: «è grande ciò che basta per non scomparire nel contesto. In realtà un’opera è monumentale tanto più vicina è alla dimensione umana, cioè ai suoi luoghi spirituali», dice Mack. Che aggiunge: «la scultura è uno strumento musicale, la luce è la melodia che ne esce». Un’opera per Venezia: qui ci rimarrà fino al 23 novembre per poi andare «in un’altra città dove l’Oriente incontri l’Occidente».
The sky over nine columns è prodotta da Fondazione Cini, i galleristi Beck&Eggelin, un mecenate come Sigifredo di Canossa e curata da Robert Fleck. Oltre che da un maestro del mosaico d’oro come Pino Bisazza, vicentino proprietario tra l’altro della storica Fornace Orsoni, a due passi dal Ghetto di Venezia.
Sarà uno spettacolo il monumento di Mack. Che incanterà chi passerà di fronte in vaporetto, chi affollerà sull’altra sponda l’area marciana, anch’essa mirabile intersio di bagliori e chi infine sarà sull’isola, dove il dialogo con le colonne del Palladio non sarà secondario.
Sono quarant’anni che Heinz Mack duella con la luce, fin dai tempi del Gruppo Zero: è il 1957 quando lancia a Duesserdolf il movimento che pratica una svolta d’arte, fatta di sorgenti luminose, strutture riflettenti, un’arte optical e land, cinetica e assemblante. E’ assieme a Otto Piene, Guenther Uecker, Adolf Luther, ispirati da maestri come Lucio Fontana e Yves Klein.
Mack è attratto da colonne e steli perché, spiega, «sono come l’uomo che sta in piedi per esprimere la sua dignità di fronte al mondo». E perché rimandano all’archetipo della devozione civile e religiosa. Che senso può avere oggi un’arte monumentale, senza correre il rischio di diventare un mausoleo all’ego dell’artista? «Indica l’orizzonte di una nuova spiritualità», si dice sicuro il maestro. Ma se gli si chede se tema che una giovane generazioni di artisti reclami di nuovo un punto zero, una svolta e un orizzonte inediti per l’arte, lui tranquillo racconta solo c’ho che sa, che ha visto: il movimento di allora, «il bisogno di ripartire» dopo la catastrofe.
Corriere del Veneto

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