Polifonie firmate Rem Koolhaas

«Una Biennale di ricerca e una ricerca corale», ripete Paolo Baratta, che della Biennale è presidente. Dunque, né show né showroom di progetti. Ma il tentativo di «riscrivere la storia della modernizzazione», come dice il suo art director Rem Koolhaas.
A tutti i 65 paesi partecipanti (tra cui 10 presenti per la prima volta) un compito: capire come è stata «assorbita la modernità» nell’ultimo secolo, il cui inizio coincide con il trauma moderno della grande guerra. Ognuno ha risposto a questo «soggetto critico» guardandosi indietro e dentro, facendo uscire splendori e pene, «quasi in seduta psicanalitica» aggiunge Baratta.
A tutti, il curatore ha indicato l’orizzonte concettuale di questa 14a Mostra di architettura: i fondamentali. A cominciare dalle porte, le serrature, i soffitti, le scale e i corridoi, come nella sua divertita esposizione al Padiglione centrale dei Giardini.
Fin qui tutto bene. La conferenza stampa di presentazione fila liscia. Ma il clima è piuttosto pesante. Sono tanti i volti scuri ed è teso pure quello di Baratta. Non c’è persona che non commenti la bufera in cui si trova la città, decapitata fin dal suo primo cittadino. E non c’è straniero che non chieda, non scuota la testa, non faccia un sorriso. «Il mondo è qui a Venezia e la osserva», commenta laconico il presidente, abbottonatissimo sulla vicenda che ruota peraltro tutta attorno ad un’opera pubblica, il Mose, che mai come ora sembra un ingombrante oggetto di modernità nel cuore (e nelle acque) della città lagunare.
Che cosa può dare ad una città ferita questa «macchina di desideri» che si squaderna tra Giardini e Arsenale? «L’autonomia e lo sguardo aperto al mondo sono il nostro contributo alla città». Eppure, commenta un po’ sornione Koolhaas, «sento sempre una grande tensione percorrere la storia di questo paese, come una contraddizione tra il patrimonio che ha e la persistente incapacità di saperlo gestire e sfruttare». Alla fine è sempre la storia di una grande bellezza.
Forse per questo l’archistar olandese ha costruito uno studio di caso alle Corderie proprio sull’Italia. Monditalia, si chiama, ed è quasi un’autopsia immaginifica sul corpo del bel Paese. L’ha chiesto a 41 architetti, molti gli italiani, di differenti generazioni. Sono 41 «progetti di ricerca», in realtà, con cui hanno individuato altrettanti punti di meraviglia che spesso sono piaghe a volte pustolenti (tra cui Pompei, La Maddalena, Lampedusa, le case della mafia), facendoli attraversare da 80 film emblematici, 17 panels e 23 incontri freeports, 42 giorni di danza e 272 ballerini professionisti e non, 8 laboratori e 4 residenze teatrali, 51 musicisti.
Un altro coro di investigazione, dunque, «una polifonia – la definisce il curatore – attorno ad un luogo fondamentale, emblematico a livello globale di quei paesi che si trovano in bilico tra il caos e la realizzazione del proprio potenziale».
Perché sbaglia chi pensa che questa Biennale, lunga sei mesi come la sorella maggiore d’arte, sia «una ricerca tra il passato e il presente o su ciò che è stato perduto. E’ invece tutta rivolta al futuro», sottolinea Koolhaas, in cui tutto, «persino tutti gli oggetti che di solito sono muti, dalle maniglie ai balconi, ora sono stati messi nella condizione di veicolare informazioni, di ascoltare e di risponderci».
Corriere del Veneto

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