Panozzo: «Definiamo gli ambiti, non tutto è cultura»

giugno 21, 2014

«Un avvocato che si occupa di diritti d’autore campa perché il suo cliente musicista ha scritto uno spartito considerato un prodotto d’arte. Ma nelle nostre lenti di osservazione economica spesso quel musicista tende quasi a scomparire, mentre il suo avvocato alza tutti gli indicatori». Non si accontenta delle fotografie, pur impeccabili, Fabrizio Panozzo, docente di economia aziendale all’Università Ca’ Foscari di Venezia.
Nel caso dell’album fotografico uscito da Symbola, il professore che si occupa di management ed economie culturali mette in guardia da alcune trappole e prova a riflettere sugli strumenti di osservazione.
«Su indicazione degli organismi europei, noi mettiamo insieme filiera industriale creativa e culturale. Una cosa adottata dagli inglesi nella seconda metà degli anni ’90, dopo il tramonto del loro manifatturiero. Ma sono davvero assemblabili le due cose?». Il problema, dice il docente, è che «oramai si stanno quasi rovesciando il peso e il valore dei due termini, creatività e cultura. E nel primo stanno assumendo un valore enorme tutte le espressioni strettamente tecniche, cioè tutto il comparto industriale e professionale legato a delle espressioni artistiche che rimangono marginali». Dunque dai videogiochi ai software, dagli avvocati di copyright alle agenzie di distribuzione.
Il problema per chi misura questi fenomeni economici e produttivi è chiedersi quanto si possano ampliare i concetti per misurare le performance di una filiera o di un territorio. In altre parole, il rischio è di osservare strabici, il che può complicare il passo successivo: «cosa farne di questi dati, quali politiche mettere in atto e per sostenere cosa?».
Ad esempio, Symbola mette in evidenza la capacità di produrre ricchezza in questi ambiti da parte di province come Arezzo, Treviso, Vicenza, importanti dal punto di visto industriale e artigianale, ma con un profilo specifico minore se ci si riferisce al loro peso culturale in senso stretto. «Dati indiscutibili se si mettono insieme sotto un unica etichetta mondi estremamente diversi seppur intrecciati – ripete Panozzo – La prima avvertenza è che appare come un dato-fisarmonica. Dunque da aprire per comprenderne tutte le pieghe: quali ambiti di produzione, in che misura crescono, se e quali pratiche possano essere davvero esportabili. Altrimenti diventa un discorso molto manipolabile e ideologico, da agitare in modo astratto ma incomprensibile sul terreno».
Perché «da un po’ ci piace utilizzare in modo asettico tutte queste categorie anglosassoni stile “industria creativa” o “classe creativa”, il che ci ha solo portato ad essere prigionieri di un dibattito costruito in un contesto completamente diverso rispetto al tessuto italiano». Un esempio? «Nei paesi angolosassoni manca completamente la tradizione della “bottega artigiana”. Pensate a cos’era la bottega del Bellini a Venezia: un sistema complesso di produzione d’arte prima di tutto, dove attrono si muovevano committenti, atelier, un pezzo di proto-industria. Quella tradizione fa parte del nostro sistema di produzione culturale, è una nostra specificità che agli altri è sconosciuta. Alla fine dunque la domanda resta: quali lenti vogliamo usare per guardare la realtà? E quale realtà?».

Cult/VeneziePost.it

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