La firma cancellata di Allende

giugno 22, 2014

La sala da pranzo della signora Silvia Gutiérrez ha le pareti di un rosa intenso. In un angolo, un tavolo rotondo con sopra una tovaglia di uncinetto e un portafrutta azzurro. Alcuni mobili e tre poltrone color arancio. La signora Gutiérrez vive nel complesso residenziale di Meseta El Gallo, a Viña del Mar. Mai avrebbe pensato che la sua sala da pranzo diventasse famosa. Insignita persino del Leone d’argento alla 14a Biennale di Architettura che si è appena aperta a Venezia.
Quella stanza, con tutti i suoi 514 oggetti, si trova ora all’Arsenale. A ricostruirla per il Padiglione del Cile sono stati Pedro Alonso e Hugo Palmarola. Architetto il primo e designer il secondo, da otto anni studiano le case come quella. Costruite cioè con lastre di cemento armato prefabbricato.
Per capire l’emozione che suscita il Padiglione cileno, bisogna entrare nella seconda sala. Qui infatti campeggia una di quelle lastre, appesa come un monolite quadrato di cemento grezzo. In realtà è un pezzo di Storia. «Un oggetto che negli ultimi 40 anni è stato odiato, venerato e abbandonato», raccontano Alonso e Palmarola. Allora bisogna fare un passo indietro nel tempo.
E’ il 22 novembre del 1972. In una piccola località a nordest di Santiago del Cile, El Belloto, nel comune di Quilpué, entra in funzione la fabbrica KPD, regalo dell’Urss al Cile in marcia verso il socialismo. Una marcia che in realtà viene guardata con sospetto a Mosca, al di là di tanti proclami.
Tutto finirà un anno dopo. Ma quel giorno, attorniato da centinaia di lavoratori cileni e tecnici russi, Salvador Allende firma il cemento ancora fresco. Inizia così la produzione in serie dei prefabbricati, simbolo delle politiche socialiste di edilizia popolare.
Qualche giorno dopo il colpo di stato dell’11 settembre 1973, alla direzione della fabbrica arriva il capitano di fregata in pensione Roberto Vargas Biggs. Alla lastra ai cancelli viene raschiata la firma di Allende. Tinteggiata di bianco, diventa un capitello: nel foro centrale è posto un quadro con la Vergine e il bambino e ai lati due tipiche lampade delle case coloniali della campagna cilena.
Tutto ha un nuovo ordine. La fabbrica continua a lavorare col nome di VEP. Prende le commesse per costruire a Viña del Mar, compreso l’edificio dove vive la signora Gutiérrez.
Considerata però una concorrenza sleale in pieno regime militare e ultra-liberista, la Camera edile ne ottiene la chiusura. Verrà comprata da un’azienda farmaceutica, che la lascia abbandonata.
Molti anni dopo Servando Mora, un ex operaio della fabbrica e ora a capo dell’associazione locale di perseguitati politici, passa di là per caso. Scopre che hanno buttato giù il pannello all’ingresso e lo vogliono distruggere. Racconta Mora che a sentire la storia di quel macigno, «l’operaio incaricato si rifiuta di continuare. Ne discuto con l’azienda e ce lo portiamo via. Vogliamo che diventi un monumento».
Certo: ma un monumento a cosa? «E’ il racconto di una storia cilena e universale. E di una controversia piena di strati», dicono i due curatori. A cominciare dal fatto che «in quel tipo di costruzione il ruolo degli architetti quasi scompare: ad assorbire la modernità sono stati operai e tecnici. Questo passaggio di consegne fra soggetti sociali è uno dei nodi della tragedia».
Di quel tipo di prefabbricati sono stati prodotti 170 milioni di esemplari in tutto il mondo, in 28 soluzioni diverse di edifici. Quella cilena era una versione antisismica: il terremoto del 1971 aveva fatto accelerare la decisione di aprire la fabbrica. Un reperto antisismico anche in senso metaforico, per un paese così tumefatto e scosso dalla storia.
Pochi mesi fa è la figlia di Salvador Allende, Isabel, presidente del Senato, a mettere la fascia di investitura a Michelle Bachelet, per la seconda volta presidenta del Cile. Figlia di Alberto, generale leale ad Allende, torturato e assassinato nel golpe del ’73. Da qui alla sala da pranzo della signora Silvia Gutiérrez c’è ora di mezzo un Leone d’argento.
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