Il Veronese si fa nome e luogo

E’ così disseminato il Veneto delle sue opere, che potremmo viverlo come una mappa di archeologia culturale. Paolo Caliari è il Veronese, perché più che mai quell’aggettivo si fa nome e lui lo trasforma in un luogo. Il Veronese è Verona, porta d’anfratto nel Veneto profondo.
Ritorna nella città scaligera dopo 26 anni dall’esposizione di Castelvecchio e con un’ampiezza di sguardo su così tante opere che non si vedeva dal 1939. Come una diaspora che refluisce, la sua epifania con oltre cento lavori nella mostra della Gran Guardia ha il valore di una riscoperta. Compare ora in tutta la sua bellezza di radice coltissima, dentro una terra che con la cultura ha sempre avuto un rapporto di rispetto sacro e di malinconico sospetto.
Girava il Veneto, i committenti se lo contendevano. Confraternite e ordini religiosi, mercanti, scuole di devozione e dogi. Per loro si immergeva in refettori di chiese superbe, affreschi di ville private, pale d’altare e teleri da portego. Il suo Veneto ne ha invocato il pennello per magnificare il potere di Dio e degli uomini, propiziare pranzi frugali e preghiere sussurrate, canti devoti e banchetti suntuosi. Correva lui e creava. Dall’Abbazia di Praglia a Villa Barbaro a Maser, la cappella funeraria dei Bevilacqua-Lazise a San Fermo Maggiore, fino all’enorme dipinto per San Giacomo alla Giudecca, la famosa Cena in casa di Levi.
I suoi dipinti si trovano ovunque, da Vicenza a Castelfranco, Padova e Bassano. Compresi quelli staccati e tagliati e dispersi in giro per il mondo, tanta era la meraviglia da suscitare la furia del bottino. E’ così che Rovigo ha perduto la sua Pala Pietrobelli. O Villa Soranza i suoi affreschi, oltre che se stessa, demolita con l’evaporare della Serenissima.
Per questo, la mostra alla Gran Guardia è come una topografia di frammenti e capolavori, sublimi e tragici, di un Veneto che chiudeva il Cinquecento e seminava per i secoli dopo splendori e miserie, tic e vanitose laboriosità. Il Veronese ne è metafora e sentiero genealogico che ora a Verona è possibile cogliere in tutta la sua bellezza.
Il suo Veneto è percorso dai cieli azzurri che squarciano i dipinti prendendo la scena, con quelle nuvole alte e striate come ancora passano sornione sopra le nostre teste. Il suo Veneto è il teatro sociale, che incrocia paesini e palazzi e che saggiamente mescola da sempre classi e genti. Date un’occhiata alla folla che il Veronese ingruma nelle sue messinscene, che fossero per preti o per ricchi, e ne uscirà una polifonia di servi che scacciano nani, mori conversando con panciuti mercanti, ricche signorotte pettorute identiche alle martiri in estasi, cani e pappagalli. Perché è la mistura del Veneto che esclude e include, impasta l’alto e il basso, che poi a Venezia diventa regola aurea nella pax marciana.
La Cena dai Levi ne è una perfetta rappresentazione. Che forse avrebbe passato indenne l’occhio dei committenti religiosi, con quel modo tutto veneto di saper soffocare l’eccesso di grida e di sorprese. Ma erano tempi di Inquisizione. E quella reazione del Veronese, cambiamo il titolo, quel salto pragmatico, irriverente e ostinato dal sacro al profano, quanto racconta di questa terra?
E ancora. Bisogna entrare nella sua bottega. C’erano ovunque nel nostro paese. Ma qui le botteghe hanno avuto altro destino che altrove e non si può fingere che non sia andata così. E lui ne ha incarnato l’etica dell’arte e lo spirito del capitalismo che si è seminato sotto queste terre. La bottega era il mondo dell’artista, la corte del maestro, la fucina degli artigiani, la city delle commissioni, il progetto d’impresa. In pochi posti come nel Veneto, quella proto-industria si è incistata nel corpo di un luogo e tuttora affiora,reale e mitizzata. Alla sua morte, figli e fratello mettono in piedi una vera e propria ditta, la Haeredes Pauli. Appunto. E se Verona e il Veneto oggi lo celebrano, è perchè magari provano a vantarsi anche di questo.

Corriere della Sera/Speciale Eventi

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