Lo streaptease è di destra o di sinistra? Visita al Nitty Gritty Club

agosto 5, 2014

Va ad abitare luoghi quasi dimenticati nel cuore di Venezia e per una notte li trasforma in un night-club. Ci infila musicisti e coriste, comprese le filippine del Coro della Fava, come è successo a luglio. E poi stripper: gente comune che ribalta le regole dello strip e ne confeziona uno a misura della propria biografia.
È il Nitty Gritty Club, progetto d’arte pubblica firmato da Simone Basani, dramaturg e performer, che nel cammino ha coinvolto una nuvola di soggetti, singoli, associazioni, enti (tra cui le università Iuav e Ca’ Foscari). Due uscite in due vecchi circoli comunisti, in Campo S. Margherita (dove si concentra la movida lagunare) e l’altro vicino all’Arsenale. Nitty Gritty punta a produrre qualcosa di vitale, una sua forza estetica e un set di corto-circuiti. Riprenderà dopo l’estate, compreso un ciclo di talk teorici. Il duo di curatori Francesco Urbano Ragazzi sta osservando da vicino il progetto.
Cosa vi ha colpito del club?
«Il pubblico e la sua disomogeneità. I club -così come l’arte- sono campi tendenzialmente chiusi. In questo caso invece si è attivata una specie di campo magnetico: una forza attrattiva che è stata capace di captare desideri molto differenti. Tra le persone presenti c’era chi veniva per divertirsi, chi per assistere a una performance, chi per rimorchiare, chi per mostrarsi.
Se dovessi dare una lettura politica ai due eventi, come sembrano suggerire i due circoli scelti per ospitare il club, mi richiamerei a un’osservazione che Judith Butler fa nel suo libro Vite Precarie».
A cosa ti riferisci?
«Quando si partecipa a una manifestazione – dice la filosofa – non lo si fa solo per rivendicare un diritto universale e astratto, ma anche per ottenere qualcosa che influenzerà in modo diverso la vita di ogni soggetto partecipante. Ciascuno prende parte a una manifestazione mosso da motivazioni personali che non per forza coincidono con quelle degli altri. Eppure, nonostante questo, l’azione politica è ugualmente efficace. Mi sembra che Nitty Gritty si fondi su quest’idea di attivismo. Si produce qualcosa che non è né del tutto individuale né del tutto collettivo».
Questo riguarda anche la molteplicità di sguardi. Il pubblico e i performer quasi mescolati, la gente fuori a guardare dalle grate, il racconto di chi non c’era o dei giornali.
«Quello che conta in un’operazione di questo tipo non è tanto la produzione di immagini ma la loro proliferazione incontrollata. Il rigenerarsi dell’opera in un’ampia varietà di narrazioni.
L’assoluta straordinarietà dell’evento e dei suoi luoghi, la sua irripetibilità, contribuisce alla costruzione di una leggenda dal sapore metropolitano che si lega profondamente al tessuto della città. Gli articoli sui giornali locali o le immagini e i commenti sulle timeline possono essere più significativi dell’evento stesso, dei suoi autori, delle singole performance, pur rimanendo questi elementi assolutamente fondamentali».
Il corpo urbano che si svela e il linguaggio alterato dello strip si tengono molto stretti.
«Lo spazio che si apre è il vero denudamento. Non una location, una galleria, un teatro, ma quel posto, quella notte. L’occasione improvvisa per una possibile rivalutazione urbana. Questo rientra in un’idea di opposizione non-oppositiva ai codici del potere. Puoi immaginare che per produrre un cambiamento non devi rompere le regole della città, ma devi al contrario conoscerle molto bene. Come quando cerchiamo di sedurre una persona che ci piace: rivoluzioniamo il nostro rapporto con lei seguendo o inventando dei codici di corteggiamento. Altrimenti stiamo solo facendo stalking».
L’esibizione e l’uso dei corpi rimangono campi di battaglia anche se a ruoli rovesciati tra destra e sinistra. Un tempo era liberazione, ora sembra moralismo.
«Una volta ceduto alla destra il vocabolario del desiderio, la sinistra si è tenuta un linguaggio difensivo che ci rappresenta solo come vittime e ci lascia in balia del pudore. Dove c’era l’immaginazione al potere ora ci sono parole come omofobia, transfobia, femminicidio… Come tutte le vittime, dobbiamo essere protetti: ci dobbiamo coprire. Nitty Gritty sembra legarsi anche a queste contraddizioni, a questo terreno di lotta.
Mi viene in mente “Spogliamoci Insieme”, un antenato di Colpo Grosso in onda su Teletorino. Era un quiz in cui i concorrenti che telefonavano da casa, se rispondevano correttamente a una domanda, avevano in premio lo spogliarello amatoriale di una casalinga presente in studio con tanto di maschera sul viso. Il conduttore veniva spesso attaccato in diretta, ma lui rispondeva con perfette argomentazioni da “liberazione sessuale”. Era il 1977».
E nel contesto artistico?
«Il terreno è molto ampio. Pensando agli anni ’80 e ’90, mi viene in mente da una parte la retorica iperbolica di Spencer Tunick, dall’altra la Go-Go Dancing Platform di Gonzales Torres, La Striptease di Sophie Calle o i film di Mark Morrisroe: in tutti e tre i casi l’autobiografia coincide con la sua messinscena.
Sempre sulla scia di Sophie Calle si muovono due artiste che abbiamo conosciuto a Parigi: Julie Bena e Agnieszka Ryszkiewicz, la quale in Furs fa un lentissimo strip all’interno di spazi museali. In Italia ricordo Stefania, un lavoro di Sabina Grasso e Massimo Grimaldi. E poi c’è ovviamente Vanessa Beecroft, imprescindibile.
Ma con Nitty Gritty, che è un’operazione corale nel contesto pubblico, trovo che la strada da percorrere sia ancora un’altra. L’innesto nella città porta a spargere segni e significati, generando una perdita di controllo. La fuoriuscita dal campo semantico, artistico e geografico è vitale in questo progetto. Così come lo sono le reazioni più o meno scomposte. Non è arte, non è politica. Cos’è lo decideremo quando saremo lì».

Artribune

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