I tesori nascosti nei depositi dei musei

settembre 16, 2014

Si fa scorrere il carrello e compare Martina, la cameriera di Carl Larsson, grembiule bianco e vassoio colmo, acquistata alla Biennale di Venezia nel 1904. Tre anni prima era stata la volta delle donne che ridono, le vesti rosse sferzate dal vento di Filip Maljavin. Basta far scivolare la parete mobile e compare questa grande tela di quattro metri per due.
Collezione di Ca’ Pesaro, la Galleria d’arte moderna di Venezia. Eppure non siamo nell’imponente edificio seicentesco che si staglia bianco sul Canal Grande. Nessuno sfarzo. Niente stucchi, scalinate, affreschi. Ma interni nudi, impianti a vista, carrelli e macchinari, lunghe file di armadi, pareti mobili, casse.
«E se fosse questo il vero museo?». Silvio Fuso, responsabile della Galleria, si aggira tra i 1200 metri quadri divisi in quattro capannoni climatizzati e cablati dentro al Vega, il parco scientifico e tecnologico a Porto Marghera, a metà strada tra la laguna e la terraferma. Sono i magazzini del museo. Qui il primo Novecento è catalogato, custodito, appeso in serie o adagiato a terra. E’ la folla di sculture incellofanate o imballate in armature di legno. Un lungo corridoio di pareti mobili e centinaia di tele. Sul pavimento liscio alcuni teleri ciclopi, dieci metri per otto.
A palazzo si allestisce, si illumina, si accosta per lo sguardo del pubblico. Nei depositi invece è il via vai di restauratori, tirocinanti, artigiani, studiosi, ditte di trasporto da chiodo a chiodo. Per Fuso «un falegname conosce i segreti delle opere meglio di un curatore. Qui non c’è la gerarchia dell’allestimento, ma la democrazia dell’accumulo. Qui si capiscono i flussi e i riflussi delle mode e della storia dell’arte, grazie alle movimentazioni e alle riscoperte».
Entrare nei depositi di un museo è come attraversare un paradosso. Nel buio dei magazzini e non nel luccichio dei saloni c’è la maggior parte delle opere, eppure rimangono quasi sempre dei luoghi inaccessibili al pubblico. Ca’ Pesaro, ad esempio, espone 131 opere, ma al Vega si contano 1700 dipinti e 424 sculture.
La direttrice dei dodici musei civici della città lagunare, Gabriella Belli, lo ha annunciato: presto i depositi saranno aperti ai visitatori. Perché, visti dai retrobottega, i musei della Serenissima perdono molta retorica e sfavillio, ma ne acquistano in stupore.
Succede così quando ci si imbatte in un nugolo di decine di migliaia di farfalle al Fondaco dei Turchi, Museo di storia naturale. Intrappolate in grandi e stretti cassettoni, si alternano a fossili di pesci che hanno sulle spalle 50 milioni di anni. In armadi gialli a mo’ di casseforti centinaia di vasi e barattoli di ogni dimensione conservano organi e bestie, miracoli dell’alchimia che Enrico Filippo Trois aveva messo a punto a fine ‘800 e le cui formule restano segrete. Un intenso odore di naftalina e canfora avvolge le stanze. Quando si aprono le porte del bestiario imbalsamato l’aria si fa acre, misto di polvere, grasso della pelle e conservanti.
Raffaella Trabucco si aggira con il camice bianco. E’ una naturalista che passa il suo tempo nascosta alla folla di scolaresche e visitatori. Lei è al servizio di ricercatori e appassionati, gli unici che possono godersi ad esempio un rarissimo erbario di primo ‘700.
«Il museo ha due milioni di pezzi, in mostra ce ne sono 2 mila», racconta la ricercatrice, mentre è alle prese con una lontra sconosciuta, estinta nelle campagne venete da almeno sessant’anni. «Una signora veneziana invece ci ha appena donato una rara collezione di semi tropicali». Allora parte il lavorio di analisi, catalogazione e deposito.
Da Piazza San Marco si entra invece al Museo Correr, trionfi e tramonto della Serenissima. Bisogna attraversare un dedalo di corridoi e fare più di una rampa di scale per poi affacciarsi su un lungo stanzone. Il conservatore fa scorrere le 97 pareti mobili affollate di tele. Di ciascuna lui potrebbe raccontare storie e dettagli da rimanere sbalorditi, anche se spesso sono considerate opere minori. La prima che si incontra è una Madonna con bambino di fine ‘400. In tutto sono oltre 500 i dipinti, senza contare gli 8 mila disegni, le 40 mila stampe, i 50 mila pezzi di numismatica.
Una vicina all’altra, le tele scompaiono alla vista dietro i sipari meccanici o ricompaiono a volte per un check up. «Immaginate la sorpresa quando abbiamo scoperto casualmente un Lorenzo Lotto e due Carpaccio», sgrana gli occhi Andrea Bellieni.
Gabriella Belli sta spingendo tutte le strutture a movimentare le opere, ad aumentare i prestiti in giro per il mondo, a invogliare i privati, come Vuitton ha fatto proprio con il restauro dei Carpaccio. E così i depositi diventano ancora più strategici. Dunque da visitare, un giorno. Quando? «Presto – dice – ci sono dei lavori di restauro, bisogna attrezzarci. L’obiettivo è fare dei musei qualcosa di vivo».
Un esperimento è già in corso. Siamo a Palazzo Mocenigo, museo del tessuto e ora anche del profumo. Bisogna anche qui percorrere centinaia di gradini dentro al palazzo che dà sulla Salizada di San Stae, tra boudoir settecenteschi e manichini abbigliati, immersi in nuvole di fragranze. Le file di armadi alle pareti sembrano scrigni con stoffe, persino alcune copte risalenti a prima di Cristo. E poi un guardaroba di lusso, oltre 10 mila pezzi: preziosi corpetti, sottovesti e mantelli, ventagli ottocenteschi, kimono e gonnoni eleganti, fino ai tessuti della collezione Snia Viscosa.
L’ultimo venerdì di ogni mese, per 12 persone alla volta, è già possibile arrampicarsi fino al deposito e lasciarsi abbagliare da pizzi e velluti che un tempo fasciavano le vite di ricche signore veneziane.
«Non si potrà mai dire di aver visitato un museo senza essere passati dai suoi depositi», ripete Fuso. E così si potrebbe sfatare il mito per cui i musei italiani terrebbero nascosto, anche solo per incuria, un patrimonio sconosciuto. Il fatto è che i depositi hanno una vita propria. E un destino, quello di sottrarsi alla vista. Quasi sempre.

Io Donna

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