L’isola del cinema lotta per il futuro del teatro liberty

dicembre 5, 2014

Tutto ha che fare con la scrofola. E’ per questo che anche Venezia ha la sua città fantasma. Si trova nell’isola che da aprile a ottobre si infiamma di bellezza, di una brezza leggera, di nugoli di bagnanti, di voci inglesi e russe, brasiliane e tedesche e che ai primi di settembre custodisce il jet set del cine-biz. Siamo al Lido. E la città fantasma è in quell’angolo a nord dell’isola, dopo San Nicoletto, un quartiere di villette di primo ‘900.
Verso la fine del secolo prima, al Lido si apre un Ospizio per curare la scrofola appunto, quella che attacca le ossa e che il sole, la sabbia e il vento possono forse guarire. Solo che la vista di tutti quei bambini tubercolotici avrebbe intimorito i viaggiatori che cominciano a affollare il Des Bains, il Grand Hotel e l’Excelsior. E’ allora, e siamo agli albori degli anni ’20, che il consorzio degli alberghi dona un terreno lontano e isolato, a nord, alla Favorita come la chiamano. Sono quasi 23 mila mquadri e 50 mila di spiaggia.
Per un secolo intero, fino alla metà del ‘900, la Venezia benestante anima una charity per mantenere quello che nel 1933 viene inaugurato come l’Ospedale al Mare. Là sorgeranno una biblioteca, le officine per gli artigiani, cucine e lavanderie, la zona sportiva e una chiesetta. E pure un Teatro, il Marinoni. Se si alza la testa, sul soffitto si vede ancora affrescato Nettuno che pesca e gioca con i putti-bambini. Ha la firma di Giuseppe Cherubini.
Oggi là sotto non passano più ragazzini asmatici e rachitici. Né medici né suore. Nel 1955 si contano ancora 10 mila ricoveri. Nel 1969 ci lavorano 1500 persone. Poi dalla metà degli anni ’70 comincia ad essere dismesso. Oggi i 33 padiglioni sono un monumento all’abbandono. Qui si sente solo il rumore del mare e dei passi di qualche vagabondo che si muove furtivo tra gli edifici e le ramaglie.
Da quando l’Asl se n’è fuggita via nel 2006, stile Saigon ’75, mollando archivi, cartelle cliniche e persino macchinari e venduta la città del mare al Comune, negli ultimi otto anni si sono contate quattro compravendite praticamente fallite e una bonifica, che «oltre ad abbattere ben 160 alberi là da un secolo, ha rischiato di rendere inagibile persino il teatro». Valentina Lacchin è una delle attiviste della prima ora, che tre anni fa con un manipolo di persone del posto ha rotto gli indugi e pure la catena all’ingresso del Marinoni.
E’ così che lo hanno riportato alla luce e si stanno battendo perché resti pubblico e non venga divorato da chi sull’intero quartiere ha già rendering di lusso. Dalla terrazza del Marinoni si vede la città fantasma da un lato e il mare tranquillo dall’altra. Inventivi e pragmatici, questi lidensi hanno ripulito il piccolo gioiello liberty che conta due piani, nove stanze per piano e 400 mquadri a piano.
«Che farne, ci siamo chiesti. Come gestirlo? Come difenderlo?». Non sono un centro sociale. Nè le maestranze che hanno occupato il Valle a Roma. Ma anche loro sono un po’ arrabbiati e piuttosto instancabili. Andrea Curtoni, ricercatore allo Iuav, l’università di architettura, è un altro degli attivisti: «Intanto si aprirà un tavolo. Vorremmo che tutti i lavori di messa in sicurezza e poi i progetti con i nuovi proprietari fossero discussi con la cittadinanza». E il Teatro? «Si parla di una concessione al Comitato». Una buona soluzione, dunque. La risposta sorprende: «E’ un’ipotesi e neanche la più interessante. Ci sono alternative: ad esempio un trust, partecipato e civico, che possa garantirne la gestione pubblica».
Nessuno sa che destino avrà il Marinoni. Né l’intera area dell’ex-Ospedale: di sicuro sarà battuta all’asta dalla Cassa Depositi e Prestiti che l’anno scorso l’ha ricomprata dal Comune, che a sua volta l’ha ricomprato ad una società immobiliaria collassata dai suoi stessi progetti faraonici e da una burrasca giudiziaria. Ma i lidensi del Comitato Marinoni sono riusciti a strappare al Comune, prima di vedere il sindaco in manette, che il Teatro e la Chiesetta restassero ad uso pubblico.
Da città fantasma a laboratorio civico. Per capire cosa sia diventato il Marinoni basta capitare in uno dei tanti incontri che ospita. Qui è un viavai di architetti, urbanisti, artisti, ricercatori. Workshop sul recupero, sulla governance partecipata, sul verde, sull’autosufficienza energetica, sulla bio-architettura. Qui capita di incontrare 50 studenti di urbanistica che studiano ipotesi e progetti. Hans-Ulrich Obrist, curatore del Padiglione Svizzero alla recente Biennale di Architettura, vi ha fatto transitare laboratori con i Politecnici di Zurigo e di Monaco. Kaan Mujdeci, cineasta turco, che alla Mostra del Cinema è stato osannato per il suo “Sivas”, se n’è innamorato e ci ha portato il party per celebrare la pellicola.
Sono solo alcuni esempi. «Costruire alleanze, fare reti, tessere collaborazioni», dicono al Marinoni. Così il Conservatorio di Musica di Venezia sta raccogliendo oggetti, foto, cartelle cliniche, documenti per farne una mostra e rilanciare l’impegno a favore del Teatro. Gli istituti professionali della provincia, gli evergreen Enaip, si sono offerti di inviare tirocinanti e apprendisti per farne una scuola di arti e mestieri. Mentre una classe di milonga anima da settimane il pavimento sotto il Nettuno di Cherubini. Qui, dove si curava la scrofola, oggi si balla il tango.

Corriere della Sera/Speciale Eventi

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