Riccardo Calimani: «Venezia non ce la farà mai»

dicembre 28, 2014

«Venezia non ce la farà mai. Nessuno sarà in grado di mettere mano al futuro della città». Riccardo Calimani scuote la testa. «Ma provo a spiegare il perché». Non basta fargli l’elenco di tutte le cose che sono cambiate in laguna. A quel punto dice: «Se ci sono mille palline bianche e una nera, vediamo tante palline bianche e tante nere. E’ un’illusione ottica. Bisogna andare ben al di là di ciò che si vede». E’ come la sua regola aurea: «E’ la legge di percezione della realtà».
Veneziano, classe 1946, è uno dei volti più noti della città. La sua laurea in ingegneria elettrotecnica non l’ha mia usata. Ha preferito quella in Filosofia della Scienza per cimentarsi come giornalista, saggista, romanziere. Ne conta 20 di libri pubblicati. Il prossimo in primavera: sarà il terzo volume della storia degli ebrei italiani, di cui è uno dei più importanti studiosi.
Nella sua casa, ovunque si giri lo sguardo, non si vedono che libri, 25 mila ne ha contati, «ma alla mia età se ne comprano più di quelli che si riuscirà a leggere», sorride. «Alla fine, mi sono solo chiuso trent’anni in Rai», chiosa, ricordando la sua carriera alla direzione della sede veneta.
Calimani conosce la città in profondità. «Ho attraversato i consigli di amministrazione dove si decidono davvero le cose, ma me ne sono andato sempre perché stonavo».
Non le sembra che Venezia sia rinata? è diventata una capitale dell’arte, proiettata in un’economia della cultura.
«Vale sempre la legge sulla percezione della realtà. Invece è chiaro che non c’è nessuna visione d’insieme. Ci sono tanti poli economici e centri di decisione: ognuno ha un proprio progetto, che spesso non coincide con gli altri e a volte è in aperto conflitto. Penso all’aeroporto, al porto, alla Biennale, alle fondazioni. Nel frattempo la classe politica è evaporata o travolta dagli scandali».
In questo senso la vicenda Mose è emblematica.
«Certo. Non entro nel merito della vicenda giudiziaria, perché la polvere del crollo impregna ancora l’aria e non ci fa respirare. Ma il veleno che ha prodotto quel sistema fuori controllo per costruire un’opera, se non inutile almeno di difficile gestione, mi sembra abbia inquinato tutto».
Dunque, bisogna ripartire da qui?
«Nessuno sarà in grado di mettere mano al futuro della città. Abbiamo dei commissari che sembrano a tempo indeterminato, mentre la classe politica è debolissima, senza progetto. Non parlo solo del Pd, che è nato morto. A me sembra che tutte le amministrazioni degli ultimi 50 anni abbiano fallito».
La “primavera” del primo Cacciari non ha segnato una svolta?
«Direi di no. Lui aveva l’intelligenza, l’autorevolezza e le idee per farlo, ma non c’è riuscito. A partire dal fatto che non ha mai voluto una squadra di altissimo livello com’era invece necessario. Il che ha segnato anche tutte le amministrazioni successive».
La città metropolitana non può essere un’occasione?
«A parte il titolo altisonante, non mi pare. Il punto è che non solo a tutti gli enti locali sono state sottratte competenze e risorse, ma qui bisognerebbe riconsegnare a Ca’ Farsetti i poteri dispersi. Come si fa a pensare la città se il Comune non ha la sovranità neppure del Bacino di San Marco?».
Ha mai nostalgia del passato?
«Ho nostalgia di quando ero giovane e incontravo veneziani per le calli. Ora incontro solo sconosciuti. E quando frequentavo il mondo socialista si parlava di politica almeno. Saranno stati anni disastrosi, ma questi sono migliori? Di cosa parlano ora?»
Lei è piuttosto pessimista. O no?
«Sono ottimista e pessimista. Bisogna essere entrambi».
E come se ne può uscire?
«Le racconto una storia».
Dica.
«Quando i miei genitori, giovani sposi, sono sfuggiti alle retate il 16 settembre 1943, volevano raggiungere Lugano. Là hanno incontrato una coppia di anziani molto determinata a passare il confine prima di altri. Così hanno fatto. Solo che il passeur li ha venduti al nemico. E i miei sono fuggiti ad Alpago. Si sono salvati. Mia madre, che da poco è scomparsa, con mio grande dolore, mi ha insegnato che in certe situazioni si sopravvive se tutti aiutano e nessuno tradisce. Mi ha trasmesso questa forza. I miei antenati sono stati tra i primi a entrare in Ghetto nel 1516 e io sono il primo nato fuori, a 100 metri di distanza e nove mesi dopo la Liberazione. Già questo mi sembra una meraviglia»
Corriere del Veneto

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