Le vene aperte di Regina José Galindo

gennaio 20, 2015

«Non voglio mangiarmi il mondo, ma non voglio che il mondo mi divori». Lo dice, così, tutto d’un fiato, Regina José Galindo. Minuta, quarantenne, guatemalteca, è una delle artiste internazionali più importanti della scena contemporanea.
Parla delle «vene aperte» dell’America Latina con ira ed entusiasmo. Usa la performance per cucire rabbia e denuncia, manovra il corpo con una radicalità da essere paragonata a Marina Abramovic e a Gina Pane.
Il suo Guatemala è la materia incandescente con cui guarda il mondo.
Il processo altalenante all’ex-generale Efraín Ríos Montt, 88 anni, accusato di genocidio, ha avuto i giorni scorsi un nuovo colpo di scena, quando la difesa è riuscita a ricusare la presidente del tribunale che lo avrebbe giudicato in nuovo grado di giudizio, colpevole di avere scritto una tesi proprio sul genocidio e per questo ritenuta non imparziale.
Regina José Galindo parla di quella storia con lo stupore di chi è ferito. Nel 2005 si è portata a casa un Leone d’oro a Venezia come miglior talento emergente. Allora aveva impressionato con due lavori. La sua camminata per Ciudad de Guatemala lasciando orme di sangue. E la ricostruzione dell’imene, come sentenza contro il potere maschile. I mesi scorsi l’ha celebrata il Pac di Milano ed è tornata a Venezia in dicembre per la Performance Art Week organizzata da Andrea Pagnes e Verena Stenke.
Nei tuoi lavori hai sempre affrontato la violenza e la morte. In America Latina si ha sempre la sensazione che avvolgano tutto, come un odore pervasivo ed endemico. Credi siano un codice intimo del corpo latinoamericano?
«L’ho sempre sentito così. Ma quando ho cominciato a studiare, a viaggiare, a indagare a fondo allora ho capito che la violenza non è qualcosa che ci appartenga, ma è il risultato di azioni esterne, di giochi fatti su chi è più vulnerabile e con un effetto a catena scende ed esplode dall’alto al basso. Ci siamo sempre trovati dentro un’acqua sporca, ma non siamo stati noi a inquinarla. Dunque, no: io credo che la violenza non ci appartenga. Non a caso nelle 40 lingue maya che si parlano nel mio paese non esistono parole per dire “stupro” o “assassinio”. Per farlo, si deve utilizzare il termine in spagnolo».
Questo vale per il teatro della violenza esplicita. Ma come si fa a investigare la violenza come quel luogo che abita ciascuno di noi?
«L’individuo vive di dualità. Mi impressiona pensare che utilizziamo solo una minima parte delle nostre potenzialità cognitive e empatiche. Alla fine abbiamo sviluppato soprattutto un grande capacità di esercitare potere sulle persone. E più potere ha un individuo, più sviluppa una qualche forma di violenza. Se la violenza è endemica, lo è dentro l’individuo; ogni volta lottiamo per bilanciarla, ma non ne siamo mai capaci. Cresciamo con paura e la paura finisce per schiacciarci. Alla fine non distinguiamo più i meccanismi della violenza, non li valutiamo, li viviamo così».
Nelle tue performance usi il corpo come luogo intimo e pubblico allo stesso tempo, per irrompere nello spazio sociale. Che dimensione assume dunque il tuo atto performativo?
«Nel mio caso, come guatemalteca, non ho altro spazio se non il mio corpo. Sono cresciuta in mezzo a una guerra, i miei genitori avevano terrore dello spazio pubblico e mi ripetevano sempre di “non parlare, non dire, non guardare”. Quando ho cominciato, vivevo in una società completamente distrutta. Figurarsi se c’erano istituzioni che potessero appoggiare alcun processo creativo e d’arte. Per questo per me lo spazio pubblico coincide con lo spazio privato. Quello che ho mi appartiene e non è stato difficile accedervi».
Cosa significa dunque lavorare in uno spazio pubblico?
«Il Guatemala è un paese di tale anarchia che paradossalmente potresti fare quello che vuoi. Non è come negli Usa o in Europa che per usare lo spazio devi avere un’autorizzazione. Da noi, con la stessa libertà con cui puoi uscire di casa con una pistola o un fucile e ammazzare, così puoi fare un’azione creativa. In quello spazio io cerco di incontrare un pubblico non specialista, in modo che la reazione e lo sguardo siano più vicini a quello che voglio raggiungere. Non mi interessano le analisi degli specialisti, né che gli altri la riconoscano come una “performance”. Mi interessa che la vivano con empatia, come una esperienza».
Gli artisti che intervengono nello spazio pubblico spesso finiscono per mettere in scena un’azione ad effetto che non produce alcuna conseguenza, altre volte lasciano delusa e confusa la comunità in cui intervengono per poi abbandonarla. Come può invece un artista produrre cambiamenti o per lo meno alterare lo status quo?
«Credo sia troppo pretenzioso pensare che un artista possa generare cambiamenti. Ne ho parlato spesso con Tania Bruguera [anche lei ospite a Venezia all’Art Week e protagonista i giorni scorsi della mancata performance all’Havana, soffocata dalla polizia, nda]. Lei crede che un artista possa avere un ruolo attivo nel cambiare lo status quo.
Io invece vengo da un paese dove ci siamo battuti per cambiare le cose e abbiamo perso. Abbiamo tentato una guerriglia e abbiamo perso. Ogni tentativo ha finito per ferirci. Non so se si possano cambiare le cose. Non parlo solo dell’arte, ma con nessun altro strumento. Non sono ottimista.
Penso al mio Guatemala, alla difficoltà di affrontare la tragedia che abbiamo vissuto, alla fatica di portare a giudizio Rios Montt, di vederlo condannato e dopo dieci giorni liberato.
E’ per questo che mi dico che non si possono cambiare le cose, ma allo stesso tempo che non voglio diventar vecchia piangendo sulle cose che non si possono cambiare. Io ne voglio parlare, non voglio essere complice né compiacente del fatto che non si possano cambiare. E’ solo qualcosa di molto triste».
Tu lavori molto in Latinoamerica. E’ qualcosa che avverti ovunque là? Come si sta muovendo lo scenario culturale? E ne esiste davvero uno che si possa definire “latinoamericano”?
«Sento che c’è un moto di cambiamento molto rapido, osservo le nuove generazioni che provano a sottrarsi a un conflitto politico terribile come quello che abbiamo vissuto. Cercano nuovi modi e bisogna dar loro tempo. Vedremo, perché l’arte non è una moda, ha bisogno dei suoi tempi.
Però spesso si crede che l’arte latinoamericana sia sempre relazionata solo con la politica. E’ uno stereotipo. Così come lo è pensare ad un unico immaginario latinoamericano. Era una vecchia idea modernista e delle avanguardie. Oggi la maggior parte degli artisti ha la possibilità di viaggiare, di confrontarsi con il mondo dell’arte asiatico, europeo, americano.
Io ho avuto sfortuna perché come guatemalteca non mi davano mai un permesso di soggiorno per poter fare una lunga residenza all’estero. Ovunque c’era il sospetto che tutti volessimo fuggire da lì. Ho vinto molte borse e residenze, ma mai ho potuto accettarle, non mi davano il visto per restare, anche se mai ho pensato di lasciare il mio paese e la mia famiglia».
Ma ti senti in qualche modo una artista-attivista? O come ti definiresti?
«Mi considero un’artista, non un’attivista. La differenza è che gli attivisti non si stancano mai di combattere. E’ quello che mi ha detto una donna in lacrime quando hanno annullato la condanna a Rios Montt, il che ha dimostrato una volta di più come non ci siano poteri indipendenti nel nostro paese. Siamo sempre sotto il controllo dei militari, nonostante siamo in tempi di democrazia.
Ma io non mi batto per portare Rios Montt in carcere, anche se lo desidero con tutte le mie forze. Il termine attivista mi è troppo grande. Certo ci sono attivisti che usano azioni e linguaggi creativi e d’arte. Io mi considero solo un’artista che ha una coscienza politica e uso certi linguaggi politici. A volte i due ambiti si possono mescolare. Ma i miei obiettivi sono altri».
Nelle tue performance riesci a creare un’architettura emozionale in cui il pubblico è protagonista.
«Sì, mi interessa creare una esperienza. Certo, sono sempre molto attenta all’estetica, questo ha a che fare con la poesia. Parto sempre da un testo, utilizzo molto le parole per costruire una performance. Non posso slegarmi da questo lato formale e credo che davvero tutto sorga dalla parola. Per questo cerco di avere sempre una relazione attiva con il pubblico.
Ricordo le mie prime performance fuori dal Guatemala. Sentivo che mi osservavano e mi giudicavano per la mia storia, le mie origini. Un misto di pietà e di esotico. Allora ho capito che dovevo provocare qualcosa di diverso. Uso la mia cultura e la mia storia per creare un vincolo, per dimostrare che puoi sentire la stessa cosa, che puoi condividerla fuori dagli stereotipi. Che se vengo da un paese orribile è perché il mondo è orribile. Non voglio che mi vedano come “l’altro”, vogliono che si sentano “l’altro”».
In questo senso usi appieno e in modo radicale il tuo corpo come un luogo politico.

«Il mio corpo è la mia posizione politica nel mondo. Non solo come artista, anche come madre, come compagna, come figlia. E’ quello che mi definisce e che difendo. Certo, credo di aver modificato la mia visione nel corso degli anni, anche grazie alle esperienze dure che ho fatto con il mio corpo. A un certo punto mi sono fermata, per respirare e capire.
Ho 40 anni, continuo ad avere la stessa visione radicale, la stessa rabbia e lo stesso desiderio di muovermi per fare cose. Non voglio mangiarmi il mondo, ma non voglio che il mondo mi divori. Con gli anni ho forse acquisito più saggezza nell’usare il mio corpo. Forse non farei più alcune cose che ho fatto in Guatemala quando ero giovane e mi sono esposta a così tanti rischi come nel 2006 e 2007. Ho capito che ci sono cose che devi meditare molto prima di farle. Ma questo non significa che ora abbia paura».

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