L’amara battaglia di The Clinic

gennaio 21, 2015

In Cile è una rivista culto. E ha un impatto senza paragoni in America Latina. Il nome The Clinic lo ha preso dalla scritta che compariva all’ingresso della clinica dove Augusto Pinochet era ricoverato nel 1998 e dove fu raggiunto da un mandato di arresto emesso dallo spagnolo Baltasar Garzón.
Da foglio satirico è diventato un settimanale che vende 20 mila copie e ha 140 mila lettori nella sola capitale Santiago, oltre a 3 milioni di visitatori unici al mese nel sito web e 784 mila twitter followers. Un vero caso editoriale. Unisce satira e inchieste, è famoso per i suoi titoli irriverenti e le sue copertine collage.
Dopo i fatti di Parigi, il direttore Patricio Fernández Chadwick prova a riflettere su potere e violenza, libertà e «diritto alla risata e alla paura».
Come si stanno vivendo i fatti di Parigi laggiù?
«Sembra l’urto dell’onda espressa da una forza totalitaria e integralista che in questo caso giunge dal mondo islamico. Però quella stessa violenza l’abbiamo vissuta anche qui, pur se in forme diverse. Quando è nato The Clinic era molto frequente per noi vivere minacce di bombe e a volte aggressioni per strada. Sono stato personalmente preso a pugni. Certo, niente di simile a quello che abbiamo visto con Charlie Hebdo, però possiamo riconoscere la stessa visione che muove chi attacca. E ci attaccano perché facciamo satira».
Ma perché la satira attira tanto odio?
«In una società democratica la satira è qualcosa di più. E ci sono poche cose che ti invitano a burlarti come di chi sa che può essere preso in giro. Che siano papi, dittatori, santoni, sacerdoti, chi crede di possedere la verità insomma: sono loro l’oggetto preferito della satira».
Quando parliamo di satira intendiamo qualcosa di irriverente, brutale, crudo per sua natura.
«La satira è un genere letterario e artistico che ha radici antiche. Voi la conoscete meglio di chiunque, penso a cos’era in epoca romana. E’ una burla dichiarata contro chi crede di detenere la verità e per questo diventa ridicolo e così mostra i suoi piedi di argilla».
Però sempre si discute sull’ambiguità della satira: dove sono i confini tra libertà e rispetto?
«Io non so quali siano i limiti. Però so che ogni volta che se discute è come se apparisse un’autorità che non si può toccare. E io non credo ci siano autorità intoccabili. Quando si parla di rispetto, potrei dire che chi ride potrebbe invocare il suo diritto a ridere. Proviamo a vederla così: se un forte irride un debole è un abuso dichiarato, se un debole se la ride di un forte è qualcosa di necessario».
Eppure, se l’obiettivo diventa una minoranza o una comunità religiosa, il terreno non diventa scivoloso?
«Sì, è delicato. Però col tempo si è fatto avanti quello che chiamerei il totalitarismo del politicamente corretto. Capisco che una cosa è danneggiare e ferire le singole persone. Ma le condizioni umane sono tutte suscettibili di essere criticate. E’ un tema complesso, ma darsi già risposte è come condannarsi a un equivoco. Di chi si può ridere e di chi no? Cos’è intoccabile? La miseria dell’individuo, la differenza religiosa, la condizione umana, le posizioni politiche? Preferisco pensa che uno possa ridere di qualunque cosa».
Voi siete nati nella transizione da una dittatura feroce alla democrazia. Che esperienza è stata in quel periodo?
«Quando siamo nati c’era ancora tanta paura in tutto il Paese. La transizione ha significato negoziare con la nostra paura. C’erano persone e istituzioni che nessuno si permetteva di toccare, mancare di rispetto, alzare la voce: non ci sentiva liberi di parlare, perché si sapeva quanto terrore potesse suscitare chi avevi davanti. All’epoca è stato un azzardo. Ci consideravano terroristi. C’era gente che nascondeva The Clinic dentro il giornale, per leggerlo di nascosto. C’era gente sinceramente democratica che ci considerava come un pericolo per la democrazia.
Oggi io posso dire che abbiamo dato un contributo importante alla democrazia cilena. Le cose che dicevamo allora, oggi ci sembrano scherzi innocui. Se rivedo le copertine del 1998 o 1999 che hanno provocato tanto scandalo, mi sembrano da asilo nido. E’ con questa esperienza che guardiamo ciò che succede in Francia».
Come è cambiato il vostro ruolo in una società complessa e democratica come il Cile di oggi?
«Quando The Clinic è nato non era un vero e proprio progetto editoriale. Era solo un pamphlet che abbiamo fatto con un gruppo di amici scrittori e illustratori e lo regalavamo in strada senza immaginare che potesse diventare un vero magazine. Allora avevamo un nemico vero, Pinochet, che non era solo la persona del dittatore, era un modo di vedere il mondo, conservatore e autoritario. Ora di quel mondo pinochettista in Cile resta poco. Però abbiamo capito negli anni che la storia da raccontare, anche con burla, non finisce mai. Oggi il nemico non è più uno. E spesso non è facile individuarlo. Spesso il nemico sta dentro di te. E bisogna cominciare a cercarlo».
In queste settimane in Cile avete molto materiale su cui ridere. E’ scoppiato il Pentagate, lo scandalo del finanziamento illecito da parte di un gruppo di impresari al potente partito di destra, la Udi.
«Pensa all’ironia della storia. Il protagonista del Pentagate è Carlos Alberto Délano, il proprietario della holding Penta. Proprio lui è uno di quelli che molti anni fa mi hanno aggredito, perché era molto religioso e si era sentito offeso da The Clinic. Ero a una festa di matrimonio e si è avvicinato assieme a un certo Alan Cooper, uno dei killer del generale René Schneider che era fedele a Salvador Allende. Mi hanno insultato e preso a pugni. Perché loro si sentivano intoccabili.
Lo stesso è successo con i sacerdoti cattolici prediletti della classe alta coinvolti in scandali di pedofilia, corruzione e affari illeciti. Alla fine quando ci si chiede: di chi si può ridere? Forse bisogna lasciarlo alla storia. Lo stesso succederà con l’Islam. Un giorno ci diremo quanto sia giusta e necessaria la satira. Alla fine la paura sfuma la epica della satira. E se di qualcosa ho moltissima paura è la paura».

Alias | il Manifesto

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