Hackathon, artigiani e hacker

gennaio 24, 2015

Artigiani che si fanno hacker per ventiquattro ore. Magari non vogliono essere chiamati così, ma quello che sta succedendo da ieri al Museo Civico di Bassano del Grappa, ne ha tutta l’aria. E’ l’hackathon «100100 challenge». Per 24 ore, un gruppo di 70 professionisti si è incontrato per una «competizione creativa». Singoli o a gruppi, hanno sviluppato software da applicare a una serie di produzioni artigiane.
Oggi, a conclusione del meeting, altri 100 artigiani vicentini parlano di oggetti e di informatica come un’unica realtà. L’economia delle cose e l’internet delle cose hanno cambiato i connotati della stessa idea di «manifattura», rendendo desueto un intero lessico.
L’hackathon in corso funziona in due sessioni: nella prima, 70 «esperti» che hanno risposto alla call girata nei social media i mesi scorsi hanno lavorato ieri per tutto il giorno nell’ideare soluzioni innovative per alcune branche produttive. Si tratta di «tecnologia indossabile» (dunque l’abbigliamento high-tech a cominciare da quello sportivo), la «smart home», ovvero elettrodomestici e sistemi domotici collegati a internet e la «smart city» nell’ambito della mobilità sostenibile.
Il profilo di questi manipolatori digitali è ampio: dai 17 ai 40 anni, professionisti informatici, ricercatori, studenti, artigiani nel campo dell’elettronica e dell’elettrotecnica. Chi invece siano interessati a queste invenzioni digitali è presto detto: «dalle imprese elettrotecniche, meccaniche, design, arredamento e tessili – spiega Matteo Pisanu, del team di Confartigianato che sta seguendo l’iniziativa – Praticamente il cuore del tessuto produttivo vicentino».
Cristian Veller, alla guida del 100100, aggiunge: «L’incubatore funziona perché sono coinvolti mondi diversi: quello dell’impresa, le scuole, l’arcipelago dei “makers” e le istituzioni locali». E’ per questo che gli artigiani di 100100 hanno lavorato strettamente con istituti tecnici locali (Chilesotti di Thiene, Itis Rossi di Vicenza, Fermi di Bassano e Marzotto di Valdagno), il Faberlab di Varese, il FabLab del Mu.Se di Trento, la startup Plug and Wear e altri soggetti.
Non solo: tra i partner dell’iniziativa figurano nomi importanti del settore quali Officine Arduino, Dainese, Diesel (D-Spot), Cisco System, Roland DG, oltre alla Camera di Commercio di Vicenza e Comune di Bassano del Grappa. Questo sistema di alleanze sembra produrre un valore aggiunto.
Allo stesso modo, nella giornata di oggi, una maratona di speechers si confronterà con 100 artigiani del posto. Sono previsti infatti gli interventi di personalità del mondo produttivo ad alto tasso di innovazione digitale come Davide Gomba di Officine Arduino, Alberto Degradi di Cisco System, Arsenio Spadoni di Elettronica In, Marcello Bencini di Dainese, Elisabetta Mori di Plug and Wear e Francesco Pignatelli di MakeTank
Il pensatoio dell’hacklab bassanese prevede anche un premio. In palio ci sono dai robot alle stampanti 3D, dai sensori indossabili. Spesso, come capita in queste occasioni, ci sono idee-progetto che convincono gli artigiani locali e ne fanno davvero brevetti per nuovi prodotti. E’ noto il caso di «Ratatouille», uscita dalla prima edizione dell’Hackathon l’anno scorso e celebrata dal Washington Post: una app per conoscere e condividere il cibo dei vicini ha avuto un’eco internazionale.
Ma come si rapporta la manifatttura locale tradizionale con questi ibridi tra artigiani-informatici-creativi? «Mi sembra ci sia una consapevolezza diffusa sul fatto che qui stia la carta vincente per affrontare la competitività, ma anche che sia qualcosa di ineludibile», riflette Veller. E’ quell’ibrido tra economia materiale e della conoscenza che ormai è incarnato in qualsiasi oggetto. Non a caso la parola più ripetuta è «contaminazione»: «Così nasce la voglia di cercare talenti, professionalità, saperi altri, spesso parcellizzati e specifici, affidandosi ad esterni – continua – Ma molto spesso capita che gli imprenditori cerchino e mettano a valore propri dipendenti che autonomamente hanno sviluppato queste conoscenze. Ed è un capitale umano interno all’azienda».
Che sia la stessa Confartigianato l’incubatrice e che un simile evento si tenga in un luogo d’arte e di cultura spariglia ancora di più le corte e sfuma i contorni tra manufatto e immateriale. Il caso-emblematico è la scheda elettronica di Arduino, tra intelligenza di software, open-source e design, con cui hanno lavorato gli “smanettoni” ieri a Bassano: il Moma di New York l’ha esposta come «esempio di quei piccoli capolavori in grado di avere un enorme impatto sul design contemporaneo».
Ma come nasce l’idea dell’hackathon bassanese? Tutto ha inizio quando la Confartigianato vicentina si rende conto che tra le 17 mila imprese artigiane iscritte (su un totale di 26 mila censite nella provincia-distretto) 370 si occupano di ICT. Sono imprese “ufficiali”: il che presuppone una stima di gran lunga più grande in quel mondo pulviscolare di conoscenze diffuse tra informatici, appassionati, ricercatori, imprenditori, studenti che si muovono quotidianamente su questo terreno.
All’inizio erano classificata nell’associazione di categoria come “imprese di comunicazione”: «Era un’etichetta imprecisa e persino fuorviante, ci stava stretta», spiega Veller. Da qui nasce il gruppo «100100», un codice che altro non è se non «la rappresentazione binaria del codice di avviamento postale della nostra provincia, ovvero il 36100». Si tratta di un manipolo di artigiani di nuova generazione che lavorano sui saperi digitali applicati alle produzioni. Sono loro i promotori di questa frontiera della manifattura, riuscendo a fare da apripista per gruppi simili in Friuli Venezia Giulia, in Trentino, in Puglia e tra Toscana e Lombardia.
Ma si può ancora parlare di manifattura? «Probabilmente no, ma non abbiamo una parola alternativa», prova a rispondere Veller. Dire «artigiano digitale », insomma, dà l’idea ma forse è ancora un alfabeto sfuocato. «E comunque – riflette Pisanu – fino a un decennio fa si parlava di come stessimo diventando un’economia dei servizi soppiantando la materialità della produzione. Invece tutto ci dimostra il contrario. La manifattura, con tutti gli innesti digitali, è ancora quella traina l’economia. L’Italia vanta la seconda manifattura in Europa. Persino i codici di un software hanno sempre un risvolto materiale». Come li chiamiamo?

Cult | Veneziepost.it

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