Basaglia, l’archivio riflette su se stesso

gennaio 31, 2015

Taccuini di appunti, foto, registrazioni audio, bozze per interventi o scritti, lettere, agende, filmati, verbali processuali: Franco Basaglia e Franca Ongaro hanno lasciato una montagna di documenti. Questo archivio è stato tutto inventariato e viene presentato al pubblico oggi, nel corso di un convegno, «Le carte e la memoria», che si tiene nell’isola di San Servolo, il vecchio manicomio veneziano ora centro congressi. E’ qui che la Fondazione intitolata ai Basaglia ha sede e ci custodisce l’archivio, che sarà disponibile su appuntamento per ricercatori e studiosi.
Un nugolo di carte e una memoria densa, che qui occupano 7 metri di lunghezza e svariati in altezza. L’inventario di 153 pagine, curato da Fiora Gaspari e Leonardo Musci, elenca il contenuto di 55 faldoni, 189 fascicoli, 125 taccuini e tre agende. L’Archivio è stato riconosciuto di interesse storico dalla Regione Veneto, un cui finanziamento ne ha permesso il riordino e la catalogazione. Un primo censimento era stato messo a punto dalla Soprintendenza archivistica regionale nel settembre 2008.
Nello stesso anno si sono aggiunte anche le 51 buste di documenti conservati fino ad allora nella prima sede romana del Centro Franco Basaglia (poi divenuto Fondazione), che custodiva soprattutto documenti di Franca Ongaro, nella sua intensa attività portata avanti come senatrice della Sinistra Indipendente per far attuare la riforma psichiatrica e sul fronte dei diritti civili. Oggi ricorre proprio il decimo anno dalla scomparsa di Franca Ongaro, avvenuta 25 anni dopo la morte del marito, padre della Legge 180.
Dalla loro casa veneziana, è uscito gran parte del materiale inedito che ha ingrossato l’Archivio. Testimonianze preziose di un impegno decennale speso a far irrompere nella sfera dei diritti di cittadinanza e di libertà, la questione della salute mentale e delle pratiche psichiatriche.
«Una parte è stata anche digitalizzata. Speriamo di completarla in modo da rendere ancora più fruibile tutta la documentazione. E magari, almeno in parte, accessibile on-line» , racconta Alberta Basaglia, figlia di Franca e Franco e autrice di un toccante memoir, «Le nuvole di Picasso» (scritto con Giulietta Raccanelli, Feltrinelli, pagg.96, euro 10), oltre che vicepresidente della Fondazione.
Le figure di Franco e Franca Basaglia sono certo legate alla Legge che ha portato alla chiusura dei manicomi e al rovesciamento del paradigma claustrofobico e concentrazionario della psichiatria. Ma il loro lavoro si muoveva in sintonia con il terremoto sociale e culturale che scuoteva il paese e l’occidente, testimonianza ne sono gli appunti e le riflessioni delle Conferenze brasiliane di Franco o la sua permanenza come visiting professor al Community Mental Health Centre di New York. O, ancora il carteggio costante dei due con tutto il mondo intellettuale dell’epoca, dai francesi Sartre, Foucault, Castel all’inglese Ronald Laing, dal sudafricano David G. Cooper a Noam Chomsky.
Ma è stato qui, proprio a Nordest, che Franco Basaglia ha trasformato le sue intuizioni in un campo di battaglia. Classe 1924, intimamente veneziano, formazione e 13 anni di lavoro all’Università di Padova dove già si scontrava con il vecchio mondo accademico, poi direttore dell’Ospedale psichiatrico di Gorizia dove sperimenta l’apertura della reclusione. E poi a Trieste: là scoperchia e ribalta il manicomio, fino a far attraversare le strade della città da una parade di matti capitanati dal mitico Marco Cavallo.
Esperienza non incruenta, costellata di scontri, incomprensioni, difficoltà, paure, processi. In archivio c’è traccia di tutto lo scorticarsi vivo. I verbali delle infuocate assemblee assieme a pazienti, medici, infermieri, studenti e volontari. Gli atti dei processi, nei due casi di pazienti protagonisti di fatti violenti. Ma anche una valanga di appunti e minute per saggi e articoli, foto, idee folgoranti, atti liberatori. Il tutto in un clima non certo amico, da parte di accademie e istituzioni, per non dire di un mondo politico, anche a sinistra, che lo guardava storto se non ostile.
Di questa impressionante opera totale, sembra impossibile slegare il contributo della moglie, Franca Ongaro, un sodalizio prima e una battaglia in solitaria dopo il 1980, per irrorare quella rivoluzione copernicana che avevano acceso assieme. A lei la Fondazione dedicherà un intero anno di attività.

Cult | Veneziepost.it

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