culture, società

Se un giorno i russi a Venezia

Due inaugurazioni nel giro degli ultimi due giorni riportano i russi protagonisti in laguna. Una splendida mostra di Grisha Bruskin, uno dei più affascinanti artisti russi viventi, alla Fondazione Querini Stampalia («Alefbet», fino al 13 settembre) che annuncia, in occasione dell’imminente Biennale d’arte, anche un lungo intervento in più sedi coinvolgendo pure la Chiesa di Santa Caterina. La seconda,, «A occhi spalancati», nelle sale di Palazzo Franchetti (fino al 12 aprile), l’unica preview in anteprima europea del Museo dell’impressionismo russo che aprirà i battenti entro l’anno a Mosca.
Entrambe sotto l’ala dello Csar, il Centro di studi di arte russa di Ca’ Foscari, confermano l’attivismo russo a Venezia a dispetto di sanzioni, tensioni belliche e crisi economica, che hanno rallentato la luccicante onda moscovita ma non sembra averla fermata.
Ma cosa sia la presenza russa in laguna almeno nel campo della cultura è una questione più difficile da decifrare di quello che sembra. E’ complicato persino avere un quadro dei flussi economici che pure restano rilevanti. Incrociando i pochi dati disponibili, si sa ad esempio dall’Ice (l’Istituto per il commercio estero), che l’intera provincia ha aumentato l’export dal 2013 al 2014 dell’8,4% arrivando a oltre 1,3 milioni di euro, mentre le importazioni sono diminuite di ben il 36,6%, arrivando a sfiorare i 1,4 milioni di euro. In città i turisti da Mosca rappresentano il 3,5% delle presenze, che in termini di fatturato supera il 7% («hanno una capacità di spesa molto più elevata degli altri», sottolinea Claudio Scarpa dell’AVA, l’associazione albergatori). E investitori? «per il momento nessuno, almeno nel settore alberghiero».
Certo, c’è sempre la promessa del nuovo stadio con annesse attività commerciali e ricettive a Tessera, un po’ sogno faraonico, un po’ incubo, un po’ sit-com da 500 milioni di euro che porta la firma di Yuri Korablin, ex-colonnello, ex-sindaco e imprenditore. Ma questa è un’altra delle storie veneziane.
Chi si muove invece negli investimenti culturali? E perché? A parte Bruskin, che lui stesso ha fatto da regia (e da fund-raiser) attivando i suoi collezionisti sparsi per il mondo e a parte alcuni musei e istituzioni pubbliche, sono i magnati a farla da protagonisti.
Tutti dicono la stessa cosa: «Venezia è una capitale internazionale dell’arte», il che, sommato al suo brand sul mercato globale, vale più di qualunque altra città italiana e persino europea in termini di marketing. Se si chiede a Boris Mints, businessman nel campo finanziario e bancario, perché sia venuto qui e non a Parigi a portare i suoi «50 capolavori dell’impressionismo russo», in anteprima assoluta, la risposta è secca: «Non c’è posto migliore per fare una mostra».
Significa visibilità e un expertise che altrove non c’è: «Qui c’è lo Csar», aggiunge quest’omone moscovita. Il Centro studi di Ca’ Foscari sembra essersi imposto come l’agenzia più autorevole per molte di queste imprese d”arte: da quando è nato, nel 2011, ha macinato 11 eventi, per parlare solo di mostre, intessendo una rete fittissima di relazioni con musei e collezionisti che pochi possono vantare e mettendo in moto finanziamenti pari a «qualche milione di euro», sussurrano. La stima non si può fare perché sono gli stessi privati russi a finanziare direttamente le spese e gli affitti dei luoghi dove allestiscono. Ma, almeno fino a poco tempo fa, non badavano a spese.
Qui sono passati Aleksandr Reznikov, alla guida di un impero immobiliare o Andrej Filatov, capo-holding di costruzioni di infrastrutture, entrambi quarantenni, collezionisti diventati ricchissimi grazie all’opacità del sistema politico russo. «Il fatto è che, a differenza dei nostri, questi milionari hanno una grande considerazione per gli artisti – racconta Giuseppe Barbieri, docente di Storia dell’arte moderna a Ca’ Foscari – Un tale rispetto che qui da noi riservano solo a poche arti-star».
Acquistano opere, fanno mostre «e sono orgogliosi: quando a metà degli anni ’90 la Russia era alla fame, l’Occidente si è comprato una quantità impressionante di opere. Ora sono loro a recuperarle, custodirle, mostrarle».
Da qui si spiegano gli sbarchi in laguna con mostre per cui non badano a spese, «anche se, paragonato ad altri interventi in città, resta comunque un investimento piccolo tutto sommato», continua Barbieri. Il riferimento più prossimo è Pinault. Ma perché nessuno di questi magnati ha pensato ad un’operazione simile finora? «Pinault è lui stesso mercato d’arte e in questo modo vive il fatto di essere a Venezia», prova a riflettere Maurizio Cecconi, Ad di Villaggio Globale International, società partner dell’Ermitage Italia.
Al di là della crisi che ha fatto precipitare l’economia russa e le fortune dei billionaire, «i russi preferiscono fare musei e gallerie a casa loro – continua Barbieri – ci hanno investito enormi fortune, trasformando interi quartieri o grandi stabilimenti in città d’arte e di cultura. Lo vivono come una sfida all’Occidente: come dire, ora venite voi da noi». Venezia serve come piattaforma, insomma.
Lo stesso Boris Mints si ferma un attimo quando gli si chiede se abbia mai pensato di fare come Monsieur Pinault: «No, in realtà non c’ho ancora pensato – dice – ma non lo escludo, potrebbe essere interessante». Neanche prendere casa qui? «Chissà», continua sornione e aggiunge un aneddoto: «Col mio business non sono ancora arrivato in Italia, ma avendo attività anche nel mercato immobiliare una volta ho cercato di acquistare un palazzo a Milano. Ne ho visto uno, ma non mi ha convinto, non mi piaceva. E ho mollato». La fama di imprenditori sì colti e curiosi ma assolutamente aspri e spicci è così confermata.
Eppure chi un’operazione simile la sta realizzando c’è tra i russi. E’ la V-A-C Foundation, creatura di Leonid Mikhelson, a capo di un impero di chimica, gas e banche. Lui ha appena preso in affitto per 18 anni il Palazzo delle Zattere, ex-sede dell’autorità portuale, prevedendo di investirci solo per il restauro 4 milioni di euro per poi trasformarlo in sede espositiva nel giro di un anno.
Primo russo nel consiglio internazionale del Tate Museum e del Board Trustee del New Museum di New York, a Venezia ci ha messo più di un piede e con grande accortezza. Una serie di mostre alla Casa dei Tre Oci in Giudecca, ha allacciato relazioni profonde con la città, ha partecipato al restauro delle Stanze di Sissi del Correr e come donor delle ultime due edizioni di Biennale architettura e arte, annunciando di essere pronto a sostenere anche la prossima che si apre a maggio.
C’è infine un altro pezzo di Russia in città. Ed è molto particolare. E’ l’Ermitage Italia. Trasferitosi da Ferrara a Piazza San Marco più di un anno fa (tra mille sussurri maligni, come se la città emiliana volesse disfarsene) solo ora il Commissario straordinario ha firmato i documenti e resa agibile la convenzione, a cominciare dal nuovo CdA. Significa che ora la base veneziana entra in piena operatività.
Sull’arrivo dell’Ermitage Italia gli occhi sono tutti puntati. E tutti si dicono in attesa di vederne le mosse. Maurizio Cecconi elenca le tante iniziative in programma in giro per l’Italia (per l’Expo, ad esempio, cura con i veronesi Arte&Vino, mentre con Treviso è pronto un protocollo d’intesa) e qui «avrà la testa, ospiterà convegni, sarà centro studi».
Sui finanziamenti si vedrà, «quelli pubblici scarseggiano e non ci si può contare, meglio avere strategie diverse e su progetti specifici», anche se Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’economia e new entry nel CdA di Ermitage Italia, «ha comunque promesso un intervento». Alla fine, oltre ai magnati, anche quelli (così prestigiosi) di San Pietroburgo su Venezia sembrano crederci. A far cosa, si vedrà

Cult | Veneziepost.it

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