culture, società

Tomaso Montanari: «La resa dello Stato»

Un pamphlet che è un atto d’accusa contro la sistematica svendita del patrimonio «e il micidiale meccanismo di farci un colossale business per pochi dragando risorse pubbliche», come dice l’autore. Tomaso Montanari presenta in anteprima per Cult il suo «Privati di patrimonio», in uscita il 24 febbraio (Einaudi, pagg.172, euro 12), dove non poteva mancare un riferimento esplicito a Linea d’Ombra, a cominciare dalla mostra vicentina «Raffaello verso Picasso», che senza giri di parole definisce «l’apoteosi del marketing del capolavoro».
Classe 1973, docente di Storia dell’arte moderna alla Federico II di Napoli, Montanari torna sulla questione del patrimonio artistico e culturale su cui già aveva scritto in «Le pietre e il popolo» (Minimum Fax, 2013). Denuncia una «privatizzazione dissennata dei beni comuni ai danni dello Stato, perseguita da tutti i governi degli ultimi vent’anni». E lo fa esaminando decine di casi, oltre che l’intera legislazione dalla legge Ronchey del 1995 alle ultime varate dal ministro Franceschini.
Perché parla di una vera e propria resa dello Stato?
«Perché tengo come riferimento l’articolo 9 della Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. La violazione di questa norma fondamentale è stata sistematica.
Non c’è solo la questione dell’abbandono del nostro patrimonio, ma la consegna ai privati per farci business. E’ l’hanno presentata come fosse inevitabile: non ci sono risorse dunque le chiediamo ai privati, dunque devono fare affari. Non era inevitabile né era inevitabile farlo in quel modo».
Tra i molti strumenti per coinvolgere i singoli e le imprese, l’Italia avrebbe scelto i peggiori?
«I francesi hanno scelto ad esempio di puntare sul mecenatismo e con agevolazioni fiscali molto più radicali delle nostre, incassando per di più cifre enormi, parliamo di 5 miliardi euro. Noi invece fingiamo che gli sponsor siano mecenati e consegnamo con contratti, capestro per il pubblico e lucrosi per i privati, interi pezzi di patrimonio a imprese for profit. Così Della Valle si presenta come mecenate che salva il Colosseo, mentre è solo un grande sponsor che finirà per usare quel luogo persino come logo».
Tra i vari casi si riferisce anche ai progetti di Marco Goldin a Vicenza.
«Sì, perché il caso Goldin è esemplare di come amministrazioni pubbliche deleghino le proprie politiche culturali a imprese for profit. Mettono a disposizione i luoghi più preziosi della città, si accollano i costi, gli consegnano tutte le entrate, per fare grandi operazioni commerciali attraverso mostre che hanno l’unico obiettivo di attrarre folle paganti e senza alcuna garanzia di scientificità. Quello che è successo a Vicenza con le tre mostre di Goldin è davvero un caso da manuale».
Eppure, delle risorse di privati e imprese non si può farne a meno.
«A parte il fatto che lo Stato spende in tutela e cultura metà degli altri paesi europei, quello che denuncio è l’ideologia che si usa per coprire grandi affari. E perché il sistema italiano di imprese ha quasi sempre dimostrato di non conoscere il rischio d’impresa e ha quasi sempre finito per assaltare le casse pubbliche. E’ una tara che ci portiamo e che scatta persino in tempi di crisi epocale, accanendosi sul cadavere dello Stato. E lo stesso meccanismo di art bonus non solo non sarà un argine a questo, ma lo considero pure timido e poco efficace».
Lei elenca nel suo libro anche molte buone pratiche di intervento pubblico-privato.
«Penso al caso del Battistero di Firenze. In quella città ne hanno combinate di ogni, ma con un gesto di lucidità il sindaco ha proibito alla Curia di tappezzare le facciate in restauro con quegli orribili poster giganti di pubblicità. Chiamati a contribuire, nessun privato a quel punto si è fatto avanti, pensando come sempre che senza il loro logone a dimensione smisurata non avrebbero avuto alcun interesse. Allora Unicoop ha avuto l’idea di fare una sorta di crowdfunding civico, di mecenatismo popolare, chiedendo a tutti i cittadini di contribuire attraverso i punti di vendita coop. Per ogni quota, dava in cambio l’ingresso al Battistero: stiamo parlando di un luogo visitato da 1,2 milioni di turisti ma da soli 50 mila fiorentini. Non è un buon modo di intervenire e di rispettare la Costituzione?».

Cult | Veneziepost.it

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