Un incubatore chiamato Biennale Cinema

marzo 2, 2015

Kohki Hasei ha le mani tra i capelli. Un tavolo è pieno di post-it messi in fila. Si alza, ne prende uno e lo attacca alla parete, dove ce ne sono altri, uno sotto l’altro. Sono tutte le scene del suo film. Su un’altra parete la sceneggiatura è stata fatta a pezzi, i fogli ritagliati sono appiccicati al muro. Si risiede esausto. Allora Jane Williams, una delle tutor, riprende algida: «Ora passiamo a capire se è realistico il prezzo che hai scritto per comprare una ragazzina. Cominciamo: in quale valuta?».
Nell’isola di San Servolo, in piena laguna, dieci minuti da Piazza San Marco, alla fabbrica di talenti si lavora senza sosta. Mancano molti mesi prima che al Lido si srotoli per la 72ma volta il red carpet e diventi l’isola dei famosi, la capitale dello show-biz.
Tre giovani cineasti e altrettanti produttori sono chiusi in tre stanze diverse. I trainers della Biennale College Cinema sembrano piuttosto impietosi. Di ognuno vivisezionato il plot, lo scarnificano e glielo riconsegnano a fine giornata stravolto. Kohki Hasei, giapponese con il suo producer, il romano Flaminio Zadra, lavora su Blanka, uno dei tre progetti selezionati e che devono essere allestiti, girati, montati e presentati a luglio al direttore della Mostra, Alberto Barbera.
Non c’è niente di simile in giro per l’Europa come la Biennale College. Il Torino Lab, che lo stesso Barbera ha ideato, si occupa solo di sviluppare uno script. Qui la sfida è di realizzare un film a basso costo, a tappe stringate e di grande qualità. Chi ci riesce può vedersi catapultato non solo in un’arena come la Mostra, ma troverà occhi attenti in altre kermesse.
H di Rania Attieh e Daniel Garcia, realizzato al College l’anno scorso, ha strappato il premio per miglior talento emergente (il Someone to watch award) al recente Indipendent Spirit Award di Los Angeles ed è approdato al Sundance e pure alla Berlinale. Qui assieme a un altro uscito dalla fabbrica veneziana, Short Skin di Duccio Chiarini. E ancora: La mujer de los perros dell’argentina Laura Citarella, dopo la proiezione al Festival di Rotterdam sarà a fine marzo al prestigioso New Directors/New Films al Lincoln Centre di New York. Gli occhi brillano a San Servolo, man mano che arrivano le notizie.
Ma come funziona questo incubatore di talenti? Ogni anno si apre una call. All’ultimo appello hanno risposto in 205. In tre edizioni si sono presentati in 860 da 74 paesi diversi. In prima battuta ne vengono selezionati 12: a Ca’ Giustinian, sede della Biennale ognuno ha 5 minuti per presentarsi e stare sotto il fuoco di fila di domande e commenti degli altri. Una giuria ne sceglie tre. E’ qui ad esempio che Kohki Hasei ha conosciuto Simon Price, neozelandese: quest’ultimo non è nella tripletta, ma ha accettato di fare da montatore al giapponese. E Zadra dal canto suo ne vuole produrre il film. Al College succede anche questo.
I progetti selezionati poi vanno sotto torchio due volte con tutor ed esperti. E con il team della Biennale, ovviamente. Li seguiranno fino alla fine: ci sono 24 persone impegnate a prendersene cura, dallo story-editing al montaggio alla promozione, dal marketing alla scenografia. Poi vanno a girare e a montare. Esce davvero un film in meno di un anno. «Non è una scuola, né siamo dei produttori», spiega Paolo Baratta, quando compare improvviso a uno dei workshop. «Questa è una bottega d’arte», sorride.
A Venezia non si vedeva una cosa simile dai tempi della Scalera, la cinecittà della Giudecca nata nel ’38 e in funzione fino al 1950. Certo, lì i film si facevano materialmente, qui al College sono incubati. Ma in una città finita per essere solo un set di avventori e magnati, il sapore sembra lo stesso, anche se immateriale.
Visto da dentro, la «bottega» incute timore e inietta adrenalina. Ma è una sfida anche per l’equipe che li segue. Alla fine del terzo workshop, Savina Nairotti, la capo-team, tira le fila con un’ultima riunione: «I ragazzi ci hanno fatto notare che hanno bisogno di una figura di first-assistent director. E’ una cosa di cui dobbiamo occuparci» dice ai suoi assistenti. Il sogno è di riuscire a integrare tutti i settori della Biennale, «mescolando ancora di più le carte», come ama ripetere Baratta.
I 150 mila euro che ricevono devono bastare a coprire tutte le spese. Non sono ammessi co-finanziamenti, né è un fondo di produzione, «ma solo un contributo», sottolineano. Un progetto low-cost, dunque. E una scommessa. Ma arrivare alla fine significa «uno strepitoso trampolino e una responsabilità da far tremare», se la ride Kuba Czekaj, altro regista scelto. «E’ l’occasione per avere totale libertà espressiva, concentrazione nel progettare tutto e imparare a fare una maratona», allarga le braccia Anna Rose Holme, la terza director.
Ora devono girare. «Dobbiamo trovare il bambino-protagonista», dice Kuba Czekaj: «Abbiamo già fatto un casting, si sono presentati in 200. Nel prossimo scegliamo». Lui e Magdalena Kaminska, trentenni polacchi, lavorano sul set che dovranno allestire in un interno a Varsavia. «Poi dovremo spiegare alla madre di cosa si tratta. Speriamo bene». Perché? «Baby Bump è la storia di un adolescente. Mi sono ispirato a Thomas Beatie l’uomo incinto». Tema scottante: «Avremmo potuto chiedere i finanziamenti in Polonia, ma immaginiamo la reazione nel leggere la sceneggiatura».
Anche gli altri due hanno per protagonisti dei ragazzi. In Blanka di Kohko Husei c’è un undicenne in preda ai cambiamenti del suo corpo, «un noir fantasy» lo definisce. Sarà girato nelle Filippine, il che complica tutto. Ma il suo produttore non si scompone, anche se dovrà trovare professionisti, attori e comparse in loco.
Anna Rose Holme e Lisa Kjerulff, trentenni di Brooklyn, andranno invece in una scuola di danza a Cincinnati, Ohio per il loro The Fits. Avranno a che fare con una tredicenne di colore di nome Toni. «Fin dal primo workshop abbiamo lavorato su come costruire una scuola di ballo per adolescenti, immaginare gli ambienti o capire come misurarci con il direttore della fotografia».
«Il nemico numero uno? Il tempo», concordano tutti. E ognuno ripete: «Non ce la faremo mai». Il primo cut deve arrivare a metà giugno. L’ultimo un mese dopo. E poi il red carpet.

Wired

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