Deflorian: «Non si vede buon teatro?»

La furia della crisi nell’intimo delle vite, la forza del teatro per scuotere le coscienze, la difficoltà di fare e vedere buon teatro: Daria Deflorian, una delle migliori attrici italiane, più volte premio Ubu per le sue creazioni, parla con Cult a ruota libera, partendo dal suo lavoro «Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni», scritto e interpretato con Alberto Tagliarini, e arrivato finalmente a Venezia i giorni scorsi, al Teatro Fondamenta Nuove.
La crisi, dunque. Ci sono persone che non sono riuscite a sopravvivere alla peggiore dell’ultimo secolo. Le cronache a Nordest ce lo ricordano. E che la crisi abbia invaso la società e la stia riscrivendo va persino al di là dei singoli lutti. Chi è uscito dalla vita ha espresso qualcosa di politico? Si può leggere come un atto di resistenza più che un gesto disperato?
Lo scrittore greco Petros Markaris nel suo romanzo «L’esattore» parte da quattro signore pensionate che all’apice della crisi ellenica hanno deciso di togliersi la vita: «Abbiamo capito che siamo di peso allo Stato, ai medici, ai farmacisti e a tutta la società – spiegano in un biglietto – Quindi ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni. Risparmierete sulle nostre pensioni e vivrete meglio».
E’ da queste prime pagine che hanno preso le mosse Daria Deflorian e Antonio Tagliarini per costruire il lavoro premio Ubu 2014 per ricerca e qualità narrativa, portato a Venezia. «Mi hanno colpito tanto quelle pagine di Markaris. E ho pensato che in scena non dovesse andare solo una storia, ma noi stessi. Presentiamo la nostra stessa crisi, l’incapacità di reagire quando si abbassa l’asticella della dignità».
Il teatro di Deflorian e Tagliarini non è un racconto, ma il procedere di una storia che prende accidentalmente corpo. E’ evocata, seguendo un balbettio che lavora di sottrazione continua. «Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni» stira il dramma greco di questi anni come una lunga metafora per tutti. E’ come un grido improvviso, delicato e chirurgico, di fronte allo choc della deriva ma anche in risposta all’ideologia di una ripresa sempre agitata come se tutto ciò che si è rotto potesse ritornare come prima. «Non si tratta di fare teatro sociale – continua l’attrice – ma di un lavoro che parla e che ci parla e che chiunque può avvertire come intimo e familiare».
Deflorian e Tagliarini possono dire di «usare lo spazio di libertà della scena per scatenare la nostra collera, sanare l’eccesso di positività che ci circonda, i comportamenti rigidamente politicaly correct, la commozione facile, il sorriso stereotipato delle relazioni sociali, le ricette per vivere con serenità le ingiustizie che ci toccano».
A Venezia i due non hanno solo messo in scena la pièce ma realizzato anche una tre-giorni di workshop, mettendo al lavoro un gruppo di una quindicina di attori della città. Un lavoro fuori dal teatro, coinvolgendoli nel nuovo progetto previsto per il 2016, «Il cielo non è un fondale». «Stiamo lavorando in una serie di città sul tema del paesaggio e di come influisce sul nostro quotidiano – continua Deflorian – Non solo paesaggio urbano e naturale, ma il paesaggio delle nostre vite. E ci sembrava utile far coincidere ogni tappa per poter incontrare e lavorare con i giovani del posto, calarci nella realtà locale. E così è successo a Venezia».
E’ proprio questo ricamo di palcoscenico e strada, di alto livello drammaturgico e di miscela dei ruoli di attore, regista e drammaturgo che fanno di Deflorian e Tagliarini un caso raro nel nostro paese.
Se le si chiede perché sia così difficile vedere del buon teatro, Deflorian allarga le braccia: «Mi sa che si vivono poche esperienze. Magari si esce da una scuola o un’accademia e si crede di poter andare in scena – dice – Credo abbia a che fare con l’arte di arrangiarsi che è davvero una idiosincrasia tutta italiana. Certo, ci rende istrionici e sorprendenti, ma ci lascia anche il respiro corto. Vale dentro il teatro e vale fuori dal teatro come si vede nel paese».
Per fare un buon teatro, continua l’attrice, «si deve vivere molto. Fare esperienze. Ho avuto la fortuna di incontrare Martha Clarke a New York e di lavorare con Pippo Delbono e di fare l’assistente a Eimuntas Nekrosius. E’ quello che qualunque teatrante, per emergere, dovrebbe fare». Poi, aggiunge, «ci sono tante esperienze misconosciute che invece sono di grande qualità. Ma qui scontiamo il fatto di non avere direttori artistici curiosi, capaci di muoversi, di osservare, di scoprire talenti. Molti direttori non escono dalle maglie di chi è più forte e suggerisce i soliti nomi. Ed è per questo che è difficile vedere del buon teatro». Tutti, anche a Nordest, sono avvisati.

Cult | Veneziepost.it

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...