Goldin, la sconfitta di Treviso

L’avvertimento era già arrivato. Ieri sera è diventato realtà: «Linea d’Ombra non ha potuto dichiarare che definitivamente concluse le trattative relative all’organizzazione dell’evento». Marco Goldin ha deciso ieri sera di mettere la parola fine al suo ritorno a Treviso. Doveva chiamarsi «Treviso e il mondo», il suo progetto. E ora non resta che il titolo e un incendio in città.
L’ultimo ostacolo, i tre milioni di penale chiesti dal curatore in caso la mostra fosse saltata per cause da lui non dipendenti, si è rivelato fatale. E su quel punto si è dimostrato inflessibile. Sei volte più di quella inserita nei contratti vicentini. Impossibile da accettare, per Comune e Consorzio Marca. Il perché lo spiega la stessa missiva recapitata ieri dai legali di Goldin: «Tale garanzia non è stata richiesta al Comune di Treviso ma al Consorzio, indicato dal Comune come parte contrattuale di Linea d’Ombra, e al quale nessuna norma impedisce di fornirla. L’esigenza di una garanzia è emersa con tutta evidenza in conseguenza dell’opposizione che ha avuto vasta e quotidiana eco sulla stampa di sedicenti esponenti del mondo dell’arte, di rappresentanti della stessa maggioranza, di comitati costituiti ad hoc». Una «ostilità ingiustificata e volgare», così la definisce Goldin.
Non si fidava, appunto. E forse non si è mai fidato il curatore, fin dal primo giorno. Il fatto è che di fronte a una tale richiesta tutti i partner si sono irrigiditi e hanno fatto dietro front. Quei tre milioni di garanzia, assieme alla difficoltà di mettere insieme il resto di fondi (sia per il restauro di Santa Caterina sia per fare lo stesso grande evento), rimasti appesi a troppe condizioni aleatorie, rappresentano forse l’ammissione evidente di come la macchina-impresa di Goldin abbia difficoltà a replicarsi prima di tutto dal punto di vista economico e finanziario, come già Cult aveva provato a raccontare un paio di numeri fa.
Non è bastato il pressing del sindaco Giovanni Manildo che a quel punto si è trovato da solo a difendere un’idea su cui aveva scommesso tutto. La solitudine del primo cittadino è apparsa via via sempre più evidente. Lui aveva scommesso tutto su un Goldin-demiurgo che gli avrebbe risolto una serie di questioni. Come un doping rapido e efficace, nei suoi piani, il progetto gli avrebbe permesso di sistemare un contenitore come Santa Caterina, avrebbe attirato una folla di visitatori e le luci dei media, avrebbe dato ossigeno all’economia della città.
Su questo Manildo aveva coagulato l’appoggio trasversale, da Unindustria alla Cgil, (quasi) tutti pronti a mettere mano alla borsa dei denari, ma cauti visti i tanti ostacoli che nel frattempo erano emersi, a cominciare «dai tempi di esecuzione dei lavori del Santa Caterina», come scrive Goldin. Ma, potremmo aggiungere, anche dalle modalità di esecuzione di quel progetto e dai troppi forse che già si profilavano sull’iter, dai pareri della Sovrintendenza ai fondi regionali e privati.
Ora tutti i sostenitori della prima ora e i finanziatori con gli occhi luccicanti si dicono scioccati o scocciati, ma forse anche tra loro si dovrebbe aprire un dibattito su quale sia il rischio d’impresa quando si fa impresa culturale e sul rapporto tra credibilità dei progetti e rischio. Oltre che sulla capacità di valutare i progetti, senza accettarli a scatola chiusa. «Vogliamo la mostra ma non ad ogni costo», detta dal presidente dell’Ascom e del Consorzio, Renato Salvadori, vale per tutti. Cosa significhi se lo dovrebbero chiedere, magari pubblicamente, in modo da attrezzarsi davvero per poter sostenere un futuro di economia culturale per la città.
Ma quei tre milioni di penale sembrano rivelare anche un altro nervo scoperto nel progetto di Goldin e Manildo. Mai come in questa occasione la città si è trovata a discutere in affollate assemblee pubbliche, riunendosi in comitati, affollando di voci account twitter e pagine facebook. Si è trovata a discutere di cosa fare del proprio patrimonio, di quali politiche culturali mettere in campo, delle conseguenze anche economiche per la città, senza prendere per buone cifre, ipotesi, stime, soluzioni calate dall’alto. Questo parla a Goldin dei prezzi sociali delle proprie imprese. Forse mai si era trovato di fronte a così tanti dubbi, che infatti ha contabilizzato in sei volte più grandi di quelli incontrati a Vicenza. Come se la forza incontrata fosse plasticamente sei volte di più.
Ma parla anche a Giovanni Manildo, che nella sconfitta politica, può trovare proprio in quel dibattito accesissimo e appassionato «un capitale da cui attingere», come ci dice Said Chaibi. Una città finalmente capace di discutere di se stessa e che si è riscoperta viva dopo due decenni di anestesia. Probabilmente neanche lui si era reso conto di questo.

Cult | Veneziepost.it

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