La sfida dei teatri

marzo 11, 2015

Cambia la geografia teatrale e come alla fine di una battaglia c’è chi canta vittoria, chi si lecca le ferite, chi difende la propria autonomia. Con la riforma voluta dal Ministro Franceschini, infatti, i teatri d’ora in poi si distingueranno in Nazionali (TN), di rilevante interesse culturale (Tric) e centri di produzione. Finora a Nordest si contavano 6 Teatri stabili di cui 4 pubblici, tre di innovazione per l’infanzia e uno di innovazione e ricerca.
Oggi, dopo le selezioni ministeriali e per almeno i prossimi tre anni, nell’elenco c’è un solo teatro nazionale, quello veneto (sui 7 prescelti tra le 19 candidature), tre Tric ovvero quello di Bolzano, il Rossetti di Trieste e lo Sloveno (quest’ultimo “fuori quota” per via della protezione culturale), due centri di produzione, cioè il CSS di Udine e La Piccionaia di Vicenza. Oltre a tutti gli altri, naturalmente.
La riforma spinge a promuovere aggregazioni, a creare strutture più consistenti, a incanalare risorse. Se in veneto la joint-venture tra lo stabile pubblico (Goldoni di Venezia e Verdi di Padova) con quello privato di Verona è da tutti giudicata una buona giocata, in Friuli Venezia Giulia volano gli stracci. Sfumata una possibile aggregazione tra Trieste e Udine (più l’Accademia Nico Pepe) è stato un domino, in cui hanno forse perso tutti. Il più amaro è Udine che ambiva perlomeno a un Tric. E così la Contrada, classificata semplice compagnia. «Una miopia, un caso da manuale di snobismo, un suicidio», è secco Alberto Bevilacqua del CSS di Udine, che punta il dito contro il Rossetti. Il direttore di quest’ultimo, Franco Però, non si scompone: «E’ solo un etichetta amministrativa, non una classifica».
Tuttavia, tanta calma non nasconde il fatto che poi la partita si giocherà (e non è ancora chiaro in che termini) sulla ripartizione dei fondi nazionali. Che sono una bella somma: 14 milioni da raddoppiare con quelli regionali. Ai Tric sarebbero riservati 15 milioni e ai centri di produzione 13,5 milioni, ma da ripartire fra un numero ben maggiore. Lo Stabile del Veneto (ora TN) ambisce ad almeno 1,5 o 1,6 milioni.
Gli enti pubblici (e le Regioni in particolare visto il portafoglio che detengono) dovranno garantire ai Nazionali il 100% del fondo Fus e ai Tric almeno il 40%. Per il nuovo Veneto ad esempio la Regione dovrà tirar fuori la stessa cifra del Fus, rispetto ai 970.000 che sborsa oggi (mentre i comuni di Venezia e Padova nel 2015 ci mettono rispettivamente 600 mila e 720 mila, un po’ meno dell’anno scorso). Ma ci saranno ancora risorse? O la coperta resterà troppo piccola e finirà per lasciare scoperti i piccoli, anche se vitalissimi, teatri di cui è ricco il Nordest?
E perché i privati non investono nei teatri, a parte sponsorizzazioni che coprono (quando va bene) il 4 o il 5% delle entrate? «Perché non c’è ancora un meccanismo di agevolazioni e detrazioni fiscali come per l’arte e la lirica», allarga le braccia Massimo Ongaro, direttore dello Stabile Veneto. «E comunque le imprese del territorio non riconoscono ancora il proprio teatro cittadino come un elemento di identità della comunità», riflette Gianfranco Gagliardi, manager di Teatri SpA di Treviso. Resta il fatto che tutti evocano le risorse private, ma ci vorrà ancora molto tempo prima che si aprano davvero i portafogli degli imprenditori.
L’intera partita sembra tutta in movimento. E i processi di aggregazione non sono così lineari né scontati.
Persino sulle scelte ministeriali non pochi hanno sollevato dubbi. Il critico Andrea Porcheddu ne citava almeno tre su Gli Stati Generali: una selezione di quantità e non di qualità (faceva proprio l’esempio dell’eccellenza di Udine), l’assenza tra i Tric di prestigiosi teatri-ragazzi, le modalità di autocertificazione di dati sui propri teatri che «sarebbe interessante verificare». Un punto questo su cui torna Ivaldo Vernelli, direttore organizzativo dello (ex) Stabile di Verona: «il ministero dovrebbe rendere pubbliche tutte le informazioni, a cominciare da quanti oneri contributivi siano stati versati». Il teatro resta un campo di battaglia.
Intanto si gongola dove l’operazione aggregazione ha portato i suoi frutti. Come in Veneto. Ma se lo stesso giorno del riconoscimento il presidente Angelo Tabaro annunciava che «il processo di allargamento coinvolgerà tutti i capoluoghi, per primi Vicenza e Treviso con cui siamo a buon punto», sono le stesse due realtà venete a tenersene distanti, smentendo categoricamente. Tira il freno a mano anche il direttore artistico del Teatro Stabile, Massimo Ongaro: «E’ già così una macchina complessa. Bisogna sincronizzare le stagioni, mettere in campo comuni programmi, creare un unico ufficio produzione e un unico ufficio comunicazione. Altre aggregazioni non sono davvero possibili per ora».
Treviso concorda. Da sempre in mano alla Fondazione Cassamarca, tramite Teatri SpA, questo teatro di tradizione «guarda con interesse il forte polo di prosa che è nato – come ci dice Gianfranco Gagliardi, riferendosi all’accorpamento tra Stabili – Ma né siamo stati coinvolti né abbiamo mai esplorato questa strada». E aggiunge: «Registriamo invece un interesse da parte del Comune di Treviso, per la prima volta, ad avere un ruolo dentro il teatro. Ci sembra interessante, ma tutto ancora da costruire».
Anche Vicenza, da parte sua, guarda ad un ruolo sul proprio territorio. Si chiamaTeatri Vi.Vi.: partita nel 2012, offre un mini-abbonamento a 6 spettacoli a scelta dal cartellone di 6 teatri e 2 festival della provincia. «È la prima operazione del genere in Italia su scala provinciale», dice Pier Giacomo Cirella, alla guida della Fondazione Teatro Comunale.
Quando a Vicenza si parla di Stabile Veneto fanno un salto sulla sedia. E a Venezia, alla parola Vicenza, si irrigidiscono. Tutto risale al 2003 e la storia spiega al di là della retorica dei «localismi» che frenano, il motivo di quanto siano difficili i processi di aggregazione. Quell’anno la giunta di centrodestra di Enrico Hüllweck siglò una convenzione triennale con lo Stabile, rinnovata fino al 2011, in cui si affidava la gestione dello Teatro Olimpico e del Ciclo di Spettacoli Classici fondato 68 anni fa, il fiore all’occhiello della città.
Il Comune pagava la sua quota di associazione allo Stabile cui si aggiungevano i fondi per realizzare il Ciclo: totale 405 mila euro l’anno. Inoltre i 70 mila euro che il Ministero prima versava al Comune per gli spettacoli all’Olimpico, da quell’anno iniziò a girarli allo Stabile. Il numero degli spettacoli però crollò, dai sei della vecchia gestione comunale ad appena tre all’anno. Allo scadere della convenzione (e con la nuova giunta), addio. Cambio completo di rotta: il Ciclo venne affidato alla Fondazione Teatro Comunale di Vicenza (partecipata da Comune, Regione, Banca Popolare di Vicenza e Associazione Industriali) e il rilancio in grande stile è passato per la direzione artistica biennale del lituano Eimuntas Nekrosius, e poi per quella, in scadenza nel 2015, di Emma Dante.
Nel frattempo il Fus, assorbito nel calderone dei trasferimenti allo Stabile, non è più tornato alla città. Eppure il Comune comunque risparmia: nel 2013 in tutto ha versato alla Fondazione 334 mila euro. La stessa Fondazione, oltre a gestire il Comunale, sala da 910 posti inaugurata nel 2007 che si è ritagliata un ruolo a livello regionale investendo in particolare sulla danza, ha ottenuto la gestione della Basilica Palladiana e si propone in prospettiva come il pivot pubblico-privato della cultura in città.
«Diventare una delle sedi dello Stabile – spiega Cirella – vorrebbe dire semplicemente far sparire la Fondazione con tutto il percorso che ha costruito in questi anni e che ci ha portato a quadruplicare il fatturato, passato da 809 mila euro nel 2007 a 2 milioni 800 mila euro nel 2014, mantenendo il bilancio in pareggio». Una solidità finanziaria che si basa su uno zoccolo duro di abbonati: 858 alla stagione di danza, 1050 alla prosa, 550 alla concertistica e 426 alla sinfonica. Un modello virtuoso, quello vicentino, che da quelle parti si difende a spada tratta.
Dunque, le aggregazioni sono inevitabili? Danno sempre buoni frutti? Chissà, ad esempio, cosa sarebbe successo in Friuli Venezia Giulia. La Giunta Serracchiani aveva spinto al massimo per l’alleanza. Se Udine ci teneva molto («sarebbe stato qualcosa di storico, andando a sanare la rivalità tra le due città», dice Alberto Bevilacqua), il Rossetti ha ritenuto che non ci fossero «le condizioni tecniche minime previste dal decreto», sottolinea Però, vale a dire il monte ore di giornate lavorative, produzioni, capacità di reggere alle richieste ministeriali. «In realtà non c’era alcun interesse da parte loro», taglia corto Bevilacqua.
L’esito è stato prima di tutto una sconfitta per la Giunta. Molti osservatori dicono che in questo modo il FVG sia ritornato in periferia. Hanno pesato vecchie rivalità e difesa di uno status antico, certo. Ma senza un qualunque progetto comune cosa ne sarebbe nato? Immaginate il Rossetti con la sua sala da 1500 posti, la sua storia e pure la sua programmazione di «musical e teatro-circo per portar gente», da una parte. Il fermento, la sperimentazione, il respiro internazionale, i network europei intessuti da Udine, dall’altra.
E il profilo economico? A parte il macigno di un 2,5 milioni di euro di deficit patrimoniale tuttora irrisolto, il Rossetti ha un bilancio di circa 7 milioni di euro dichiarati nel 2013, gran numeri di abbonamenti (fino a 12 mila) ed entrate pubbliche attorno al 40%, di cui un milione dal Fus e altrettanti dalla regione, oltre a mezzo milione dal comune.
Udine ha una taglia più piccola: un bilancio di 2,5 milioni di euro, metà dal settore pubblico e metà da biglietti. Il Comune ne mette 80 mila, la regione 650 mila, il Fus 395 mila. Ma la capacità di movimento e le possibilità di posizionarsi nelle reti lunghe è enormemente superiore a quella dei triestini. E se le aggregazioni funzionassero su reti diverse da quelle regionali? Più europee e inter-territoriali? Si può davvero misurarsi solo dentro un’ottica regionale?
Più si guardano da vicino queste realtà, più si ha la sensazione che le aggregazioni funzioneranno se esiste la miscela giusta di capacità di gestione e curiosità culturale, di managerialità e innovazione. Se questa formula riuscirà in Veneto, citato come modellino, sarà tutto da vedere.
Il regista Massimiliano Civica, su DoppioZero, rilanciava alla fine una questione. Il fatto è che «l’attuale riforma sancisce la sconfitta dei piccoli teatri, affermando che ha diritto di finanziamento pubblico solo il Grande Teatro, quello delle città, mainstream, innocuo e con una spruzzata di cultura libresca. E le piccole compagnie si stanno convincendo che, senza i mezzi del Grande Teatro, non hanno la possibilità di lavorare. Ci stiamo convincendo che o il teatro è ricco, o non è teatro». Sarà questo il destino anche a Nordest?

Cult | Veneziepost.it

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