Sasha Arango o l’ambiguità perfetta

marzo 21, 2015

E’ lo sceneggiatore della più seguita tra le serie-tv tedesche, Tatort. Ora è anche un best-seller, grazie al suo La verità ed altre bugie (Marsilio, pagg.248, euro 17). Sasha Arango, 55enne di madre tedesca e padre colombiano, presenterà il suo romanzo a Venezia il 26 marzo all’Auditorium S.Margherita.
Protagonista è Henry Hayden, scrittore di successo che in realtà non ha mai scritto una riga. Dietro infatti ci sono le mani della moglie, la devota Martha. Nessuno è a conoscenza del segreto, neanche la sua editor, Betty, che poi è la sua amante. Tutto precipita quando quest’ultima gli rivela di essere incinta. Da lì, il nostro Hayden macchinerà un turbinio di menzogne e un delitto perfetto.
Il libro di Sasha Arango è una vera architettura psicologica. Se gli si chiede come preferisce definirlo, lui dice: «Lo considero semplicemente un romanzo. Sì, lo possiamo considerare un thriller. Ma la verità è che non mi sono seduto pensando: oggi scrivo un thriller»
Da quale idea o immagine è partito?
«I primi appunti li ho scritti pensando a un film. Ma non ne ho fatto parola con nessuno né ho provato a venderla, l’ho tenuta là per molto tempo. Un giorno ho pensato: posso scriverci un romanzo»
Molti critici hanno trovato nel suo libro diversi riferimenti. Glieli elenco.
[ride] «Ok»
Primo: Il talento di Mr.Ripley di Patricia Highsmith.
«Naturalmente! Avevo 17 anni quando ho letto Il mio amico americano. L’ho trovato fantastico: per la prima volta c’era un eroe negativo. Un gran personaggio: per molto tempo Mr Ripley è stato il mio eroe e tutte le mie storie hanno un debito con quel ragazzo».
Alfred Hitchcock.
«Certo. Si possono imparare così tante cose dai suoi film: il modo in cui riesce a creare suspense, la grande tensione che si vive. Sì, il riferimento è corretto».
Due film recenti: Gone girl di David Fincher e Big Eyes di Tim Burton.
«Quest’ultimo non l’ho visto. Ma il primo sì, è estremamente interessante, tuttavia è uscito dopo che avevo scritto il libro».
Quanto è stato importante il suo lavoro di sceneggiatore nello scrivere il romanzo?
«Moltissimo. Soprattutto nel costruire la struttura-base della storia, penso alle tecniche di realizzazione filmica o la grammatica della narrazione. Mi hanno aiutato nel dosare tensione e omissioni. Perché si impara molto a riconoscere tutto ciò che non si deve scrivere, che poi è la cosa più difficile».
Dunque è saper dosare la tensione l’elemento cardine?
«E’ importante. Ma ancora di più lo è l’eleganza delle parole. Creare tensione e attenzione è solo un lato del problema. La scelta delle parole e la loro eleganza è l’altro lato».
Tutta la storia si muove attorno a vero e falso, bugie e verità, come un unico materiale ambiguo. Può essere anche una chiave per leggere il contemporaneo?
«In un certo senso sì. Credo che il vero e il falso siano inseparabili, è tutto opaco, non è mai bianco e nero e spesso una bugia ci appare anche come un’ottima idea. Forse oggi si distinguono meno il bene e il male, ma non penso che oggi ci siano in giro più (o meno) menzogne di cento anni fa. Nella vita di tutti i giorni mentiamo. Se in America qualcuno ti chiede “come va?” devi rispondere “Molto bene, grazie”, anche se è una bugia, perché è educato farlo. Con la rivoluzione digitale abbiamo accesso a così tante informazioni: oggi potremmo dire di avere molto più chiare le cose?»
Ha più volte detto che il “delitto perfetto” non esiste, perché diventa un peccato morale.
«Ogni bugia, anche la più terribile, resta nella memoria, non si può cancellare. E così per ogni “delitto” la pena inizia nel momento in cui lo si commette. Sono convinto che nessuno può sfuggire a quello che ha commesso».

Corriere del Veneto

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