Sergio Alvarez, una Colombia di 35 morti

marzo 21, 2015

Sergio Alvarez ha la voce che sembra una cantilena triste. E gli occhi e il sorriso non sono da meno, di quelli che è facile trovare in America Latina. Classe 1965, dice di essere «figlio di un fabbricante di chimere e di una maestra di scuola». La sua Colombia è una giostra così violenta e tenera che ti verrebbe da non lasciarla mai e da allontanarti per sempre. Lui stesso vive tra Bogotà e Barcellona.
Non si è mai laureato, ha preferito in quegli anni rifugiarsi nella selva per fare una comune, dove militari e paramilitari gli hanno fatto fare fagotto. Ne è uscito il romanzo La lectora (2001) con cui ha vinto premi e un adattamento televisivo. Dopo 12 anni (e molta scrittura per giornali e sceneggiature) ha dato alle stampe 35 morti, ora tradotto da La Nuova Frontiera (pagg.392, euro 20), che Alvarez presenterà (il 27 marzo, ore 14, Auditorium S.Margherita) a Incroci di Civiltà, il festival di letteratura di Venezia, promosso dall’Università Ca’ Foscari.
In 35 morti la narrazione fluisce come fosse un flusso, un unico piano sequenza. Come l’ha immaginato?
«In un certo senso la struttura ha lo stesso ritmo dell’America Latina, che sembra sempre andare alla deriva, poi risorge con molta forza. La prosa segue il ritmo di un continente che sta in continua evoluzione. In questo libro racconto trentacinque anni di storia colombiana, fatta di soprusi e di una quantità enorme di violenza. Eppure la gente ha una grande forza umana e nonostante tutto riesce a tirar fuori la voglia di vivere, di sognare, di difendere la dignità di fronte a qualunque circostanza. E questo mi sorprende sempre».
Ha raccontato che nelle sue storie i personaggi nascono dalla strada, da quello che ascolta quando si ferma a chiacchierare. Si può parlare di un mix di cronaca e finzione?
«Sì. Quando vado in Colombia frequento i quartieri più popolari e i personaggi che racconto sono molto simili a me. E’ gente umile che deve sempre far fronte a qualche potere che li schiaccia. E questo scontro produce violenza, economica, politica e persino personale. E’ gente che finisce sempre intrappolata in un uragano dove tenta di sopravvivere, di risalire, di coltivare i propri sogni. E tutti tentano di farlo al meglio, anche se fuori è così complicato».
Il registro che usa è sempre molto crudo e pure immerso in un’atmosfera quasi magica. Non è realismo magico, ovviamente, ma qualcosa che mescola insieme reale e irreale.
«Il realismo magico è stata una forza letteraria che in qualche modo ci ha aiutato a vederci. Ha attraversato l’America Latina per le coincidenze che portava con sé. Ma si è esaurito. Il nostro presente invece è pieno di narcotraffico, di guerre, di conflitti non risolti. E oggi abbiamo bisogno di una letteratura che affronti il nuovo».
A volte le cose che agli occhi di noi europei sembrano surreali, in America Latina si vivono come iper-realiste.
«Sì, perché è un continente che, nonostante si sia sviluppato così veloce, in realtà è affogato nella stessa diseguaglianza, nella stessa povertà, nella stessa violenza di sempre. E quando si perde una qualche forma di identità, tutto si converte in qualcosa di violento. E qui, in questo punto, sta il mio romanzo».
Spesso ripete che il titolo “35 morti” viene dal fatto che non si contano più i morti e che un numero vale l’altro. E’ così?
«Esatto, possono essere 35 o 35 mila, è lo stesso. Quando mi chiedono se la violenza sia endemica, rispondo sempre che è la diseguaglianza ad essere endemica. Credo sia impossibile slegare il problema della violenza da quello dell’ingiustizia. Si vive in un mulinello di ingiustizia e di mancanza di opportunità e questo si trasforma in violenza. Perché come esseri umani non possiamo smettere di sognare di vivere meglio e si tenta di farlo in tutti i modi possibili».
Che opinione si è fatto del processo di pace in corso all’Avana, tra governo e Farc? Sembra davvero possibile che i colloqui abbiano successo?
«Era necessario e credo andrà bene. Era inevitabile sedersi e parlarsi, meglio che continuare a spararsi, no? Il mio dubbio è: quanta violenza, anche dopo quell’accordo, si riuscirà a eliminare in Colombia? Perché la sfida è quanto la Colombia sarà capace di essere un paese meno diseguale, con una vera riforma agraria, con una giustizia giusta. Perché sta là il cuore della violenza. E poi si dovrà affrontare il problema del narcotraffico, che non è nazionale, ma internazionale. E ancora: quale sarà la posizione del paese nel mondo, con tutte le sue materie prime e le attività legali e illegali delle imprese straniere che le sfruttano. Mi sembra che tutto questo non sia ben chiaro in Colombia. E’ giusto risolvere il conflitto con le Farc, ma resteranno aperte le altre questioni. E sappiamo che la violenza è capace di rigenerarsi, finita una ne prenderà il posto un’altra».
Eppure la Colombia oggi sta vivendo un grande fermento. Crede sia in atto una trasformazione vera del paese?
«E’ qualcosa che corre su più piani. E’ vero che c’è un processo di sviluppo, come d’altra parte in tutta l’America Latina, grazie anche a una migliore educazione e alle opportunità di muoversi nel mondo. Certo, rispetto a venti o trent’anni fa Colombia è davvero cambiata. Ma non sottovaluto il fatto che molto di questo sia un’immagine venduta all’estero, una grande operazione di maquillage, di marketing, per attirare investimenti e affari. Mi ricorda la Spagna tra gli anni ’90 e i 2000: sembrava un modello, moderna, veloce, la settima potenza al mondo e poi è bastato un attimo e abbiamo visto il tonfo. La Colombia ha grandi potenzialità ed è diventato un paese di moda. Ma chiunque lo attraversi può vederne tutte le contraddizioni».
Lei appunto vive da molti anni in Spagna. Non sente nostalgia per il suo paese? Non avrebbe voglia di tornarci?
«Ci vado e ci torno. C’ho passato molto tempo. Ma sempre torno con la sensazione che sia un paese-popcorn. Sì, succedono molte cose, ma alla fine ci si rende conto che sono gli stessi popcorn che scoppiettano sulla padella. Quando arrivi, dici: che meraviglia. Ma via via diventa asfissiante. Quando vivi là sei immerso in quella realtà e non te ne rendi conto. Ma vista con altri occhi, ti asfissia».
Sono passati 12 anni dalla pubblicazione del suo ultimo libro. Dobbiamo aspettarne altri 12 ora?
«[ride] Sono successe molte cose. E’ dipeso da fattori personali, professionali, ma soprattutto perché è un libro che con calma ha incontrato il suo cammino. Tutti vorrebbero che si pubblicasse un libro ogni anno, tutti esigono che tu sia veloce. Ma questo mi terrorizza, va contro la mia natura. Il mercato impone sempre questa iper-esigenza di creare, ma per me non è così. E 35 morti ha via via assunto un suo potere e una sua credibilità proprio perché ha preso vita lungo dodici anni».

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: