La Fenice, una Disneyland dell’opera?

marzo 28, 2015

L’inizio non lascia scampo: «Come fa notare Cristiano Chiarot, un coro e un’orchestra di un teatro lirico non sono solo un costo, ma una risorsa. Questa non è affatto un’intuizione brillante: nessun teatro lirico può funzionare senza i suoi musicisti». Il post compare il 24 marzo sul sito della rivista inglese The Economist, nel blog “Prospero” dedicato alla cultura e al teatro. Si intitola “Quello che i turisti vogliono” e lo firma E.H.B., ovvero Elizabeth Braw. Obiettivo: il Teatro La Fenice di Venezia.
Non ci va per il sottile, la giornalista inglese, che descrive la più prestigiosa istituzione teatrale della laguna e tra le più importanti a livello nazionale, come una sorta di carillon per turisti, un juke-box di arie che potrebbe finire per snaturarlo. Il rischio, dice, è che si trasformi in «una Disneyland dell’opera».
Dalle parti di Campo Fantin, sede del teatro, sembrano sereni. Anzi, dice Giampiero Beltotto, direttore comunicazione e marketing de La Fenice, si dice «entusiasta: è la prima volta che approdiamo su The Economist. Un debutto», sorride.
Eppure, nessuno qui ha mai avuto il coraggio di fare quelle domande a voce alta, nonostante i rumors serpeggino, anche all’interno de Teatro, soprattutto tra gli orchestrali. Lo ha fatto Braw con un tono secco e senza giri di parole: «Il rischio c’è – spiega Beltotto – E ringraziamo una testata così autorevole per averlo sollevato. Ma è un rischio che riguarda tutte le istituzioni culturali al mondo. Il nostro antidoto è il cartellone di primo livello che possiamo offrire al pubblico. Su questo non temiamo critiche».
Ma torniamo all’articolo dell’Economist. Elizabeth Braw ricorda la situazione difficile dei teatri lirici italiani, costretti ad usare la mannaia sul fronte delle spese, di fronte ai tagli di risorse e finanziamenti, fino al caso eclatante del Teatro dell’Opera di Roma dove sono stati licenziati in blocco coro e orchestra. Considerato da tutti un modello virtuoso di impresa culturale, capace di unire qualità delle proposte in cartellone e budget a pareggio, il Gran Teatro veneziano ha il suo motore proprio nel suo coro e nella sua orchestra. Alla giornalista inglese, il sovrintendente Chiarot dice: «Mi sono chiesto ‘Che cosa posso fare con questo motore?’». «A dirla tutta – continua lei – che cosa si può fare quando una città ha solo 60.000 residenti e l’opera è costosa da produrre – così costosa, infatti, che il teatro è in perdita nonostante riceva generosi fondi statali? La risposta, conclude Chiarot, era di approfittare della più grande risorsa di Venezia: il turismo».
Un po’ di dati a questo punto Elizabeth Braw li mette in fila: «Quest’anno allora La Fenice sta mettendo in scena 200 tra opere e concerti orchestrali, che nel 2009 arrivavano a 112. Dal momento che il budget è rimasto 5 milioni di euro, La Fenice adesso è in pareggio di bilancio, invece di perdere soldi. A nessun dipendente piace sentirsi dire di dover lavorare di più per la stesso stipendio, ma Chiarot non è andato troppo per il sottile con il suo coro e la sua orchestra, – che, come accade spesso nell’Europa continentale, sono personale stipendiato- che se la sarebbero comunque passata meglio degli omologhi di qualunque altro luogo che perdono il lavoro. I visitatori che si trovano a Venezia in questa primavera – o quest’estate, o quest’autunno, dato che La Fenice ha esteso la breve tradizionale stagione operistica per coprire l’intero anno – possono vedere, per loro grande diletto, capolavori dell’opera come La Traviata di Giuseppe Verdi e Tosca di Giacomo Puccini. “Qualche volta mettiamo in scena tre diverse opere per week end, tutte opere italiane celebri”, annota Chiarot».
E qui arriva un’altra stoccata: «Nonostante siano famose, le opere italiane non costituiscono esattamente un’offerta artisticamente adeguata ai più esigenti. Le produzioni di Chiarot, seppur perfettamente rispettabili, non raggiungono i più elevati livelli di creatività o di talento musicale. Comunque questo fa parte della sua strategia. La maggior parte i turisti non sono esperti di opera, ma comprerebbero il biglietto per uno spettacolo se risultasse una scelta conveniente in un giorno in cui non hanno in programma niente di più interessante. Per raggiungere l’obiettivo il teatro ha rinnovato il proprio sito internet, rendendo estremamente più semplici le prevendite dei biglietti. L’anno scorso, di 145 mila biglietti venduti, solo 45 mila erano destinati a italiani».
«La questione adesso è quanto Chiarot riuscirà far funzionare la sua formula, in un Paese in cui solo altri due teatri lirici – La Scala di Milano e Il Teatro Regio di Torino – non sono in perdita. Dati i numeri dei visitatori di Venezia, La Fenice potrebbe facilmente mettere in scena La Traviata, Tosca e Madame Butterfly ogni giorno dell’anno – anche due volte al giorno. I turisti andrebbero in gondola e all’opera e tornerebbero a casa soddisfatti».
Da qui il colpo: «Dietro tutto ciò c’è il pericolo che La Fenice diventi una Disneyland dell’opera. Gli esperti di opera, preferendo gli allestimenti di valore artistico più elevato e interpreti di massimo livello, già tendono a evitare le produzioni di Chiarot. E anche il coro e l’orchestra potrebbero dire sospirando lievemente in scena: La Bohème per la quinta volta in così tante stagioni. Eppure Chiarot non intende scusarsi per il suo approccio non ortodosso. Anzi, altri teatri lirici italiani potrebbero ispirarsi a Venezia, dato che il governo continua a tagliare i fondi per le arti. “In Italia deve cambiare la mentalità” – argomenta Chiarot – “I teatri dell’opera devono comportarsi di più come delle aziende”. Agli esperti potrebbe non piacere, ma alle banche sì».
Il colpo è piuttosto duro, eppure non ha avuto eco sulla stampa locale. Né ha scosso la sovrintendenza. Anzi, «La Traviata è un fattore identitario del nostro teatro. La si può fare mille volte – sottolinea Beltotto – Ed è quello che ci permette di mettere in scena cosa di qualità altissima che hanno ben pochi casi simili. Chi può vantare di poter produrre una Norma di Bellini diretta da una grande artista contemporanea come Kara Walker a maggio e poi una Juditha Triumphans di Vivaldi a giugno?».

Cult | Veneziepost.it

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