New economy di seconda mano

marzo 28, 2015

Una vecchia cinquecento bianca comprata nel 1967. Una statuina della regina madre vestita di viola trovata in un negozietto londinese. Un orologio da taschino, già vecchio nel 1969, quando è stato venduto da un orologiaio della Riviera del Brenta. Sono solo alcuni degli oggetti e delle storie che affolleranno il Social Museum che dal 1 aprile si aprirà on-line. Il sito, http://www.spazioriuso.it, è un portale sulla cosiddetta second hand economy, nato per iniziativa di Lenia Messina e supportato dalla Camera di Commercio di Venezia.
Nel sito ci sarà una mappa dei negozi in giro per l’Italia, una sezione di eventi e un blog di pensieri e di commenti, una sezione di annunci.
Il Social Museum ne sarà un po’ il cuore. E il simbolo del flusso culturale in transito nell’economia dell’usato: «dare valore agli oggetti, poterli esporre, ognuno con la sua biografia», racconta Lenia Messina, che ha lasciato la professione di architetto per aprire un negozio dell’usato per bambini a Mestre. «E’ anche un modo per stare dentro a un’idea di contemporaneo che ha ormai reinventato e riscritto il concetto museale». La forza del Social Museum sta in questo incrocio di margini, trasformandosi in una camera delle meraviglie in cui gli oggetti si smaterializzano e si fanno narrazione, surfano un fenomeno economico e interpellano tutti su un gesto sociale.
Il Baby Bazar di Lenia Messina non è solo un negozio di vestiti di seconda mano. E’ una sorta di laboratorio metropolitano, che produce azioni culturali. Scommette sul second hand, un settore che si sta riformulando e riposizionando nel mercato in forme anche inedite, tanto da assumere un ruolo tutt’altro che indifferente. Complice la crisi, ovviamente, che ha amplificato l’interesse per il settore e spinto soprattutto molti giovani e colti a farsi imprenditori.
Sarà che «è riuscito a coniugare una cultura metropolitana con la tradizione contadina dei piccoli paesi di provincia», come suggerisce Alessandro Giuliani, veronese, fondatore di Leotron e padre di Mercatopoli e Baby Bazar. Ma è evidente che si sta assistendo ad un vero salto culturale. In questo gioca molto una nuova sensibilità ambientale e civica: «un solo negozio, di medie dimensioni, in un anno, per la sola categoria abbigliamento, genera un risparmio di 128 tonnellate di Co2 e di 1.835 metri cubi di acqua», va al sodo Giuliani. «Solo questo sarebbe un buon motivo per ottenere l’Iva sull’usato al 10%», aggiunge.
Secondo una recente indagine Doxa commissionata dal portale di vendite on-line Subito.it, stiamo parlando di un mercato che mobilita 18 miliardi di euro. Un settore complesso e confuso, in cui ci sono mercatini e fiere, negozi in conto vendita, e-commerce e charity. A Nordest si va dallo storico Re-Store di Trento al Passamano di Bolzano, dove si entra e si prende ciò che si vuole. O a vere e proprie imprese sociali, come la cooperativa Insieme a Vicenza, che dal riciclo al riuso alla vendita ha messo in piedi uno stabilimento-store che dà impiego a 90 dipendenti.
Il fenomeno del riuso, oltre a stare in zone d’ombra della legge e in parapendii normativi, ha lasciato spiazzati gli stessi osservatori economici e le categorie. Non c’è una camera di commercio che abbia dati o stime sul proprio territorio. L’unica che ha cominciato a monitorare il fenomeno è quella di Milano, là dove l’interesse per tutte le forme di new economy è ormai dichiarato a tutti i livelli. Secondo l’ultimo bollettino 2014 sono 3385 le imprese dell’usato (iscritte alla CC.CC) con una crescita annua del 3.1% e punte del 17% in più rispetto al 2013 nel settore dell’abbigliamento. Nel Triveneto ne sarebbero registrate poco più di 300.
L’associazione Onu, la rete nazionale degli operatori dell’usato, stima che solo i punti in conto vendita smuovano almeno 900 milioni di euro, di cui un terzo a Nordest. Mercatopoli conta su 100 negozi in Italia, 18 tra Veneto (15) e FVG (3). I Baby Bazar sono 50, di cui 9 in Veneto e uno a Bolzano. L’altro brand, A.n.g.e.l.o, con base a Ravenna e specializzato in vintage, ha due punti veneti, a Marostica e a Venezia. Ma sono solo la punta di un iceberg.
Il problema del settore è che sfugge a qualunque parametro. Non c’è titolare di un negozio dell’usato che non racconti la contrattazione per la Tari con gli uffici comunali, per spiegare come la natura dell’attività di per sé non produca rifiuti. Non esiste un codice europeo Ateco ad hoc e si finisce per diventare, è il caso dei negozi in conto vendita, “agenzie e procacciatori d’affari”. Il 23 marzo si è tenuto a Roma il primo Usatocamp, un meeting con centinaia di operatori in conto vendita, che hanno incontrato parlamentari ed esponenti istituzionali ad alto livello e lanciata una petizione pubblica a sostegno del settore.
Eppure, nonostante tutte le difficoltà, l’interesse per l’usato è in crescita esponenziale. In un report del 2013 della Fondazione Nordest sulle abitudini al consumo, si mette in evidenza come il 2% delle famiglie venete abbia acquistato di frequente negli ultimi due anni merce usata. Percentuale che sale quasi al 15% nell’ultimo anno. Il 20% di loro almeno una volta al mese. Un terzo nei negozi e un terzo on-line. Sempre secondo l’indagine Doxa ormai il 44% degli italiani ha in qualche modo venduto o acquistato oggetti di seconda mano.
«Una volta si sarebbero guardati storti i vestiti usati per bambini. Ora non più», racconta Lenia Messina che sull’onda delle sue mamme-clienti, ha collaborato al Cinemamme, la possibilità cioè per le madri di andare al cine coi bebé, fornendo tutti gli accessori per il baby-corner. In tre istituti elementari e materne ha realizzato laboratori sul riuso, convincendo mamme e figli a portare tutti i giocattoli che ormai non usavano più. I fondi della vendita, tolta la propria commissione, sono andati a finanziare, d’accordo con le scuole, l’acquisto di attrezzature e materiali didattici che con il taglio dei fondi i presidi non si potevano più permettere.
«Nel successo del riuso agiscono tanti fattori, oltre la crisi – continua Messina – C’è un cambio di mentalità nel consumo, c’è una riscoperta del gusto del vintage, c’è un dare valore nuovo agli oggetti che significa preferire un indumento che ha già vestito altre persone, che è intriso di affetti e di corpi, rispetto a qualcosa di anonimo e seriale».
Il second hand ha innervato da sempre anche il mondo del design e del fashion. «Non c’è stylist che non sia passato in un negozio dell’usato o a un mercatino delle pulci per trovare ispirazione. Moda è ricerca, persino fisica di capi, oggetti, tessuti», racconta Maria Luisa Frisa, che allo Iuav dirige il Corso di laurea in moda e design. «Questo non significa che riuso, vintage e moda non restino mondi profondamente separati».
Punti di contatto ci sono, come il fenomeno dell’upcycling, per cui vestiti in disuso magari intercettati proprio in questo ambiente second hand tra la rete di negozi e la strada, si reimmettono nel circuito creativo, scuciti e vivisezionati e ricomposti in altro da indossare.
Ma su questi incroci contraddittori si sono infilati ad esempio i negozi di lusso di seconda mano. Un esempio? Siamo a Treviso, all’EsFashion. Stefania Serrao ha aperto da sei anni questo negozio chiccoso in centro città. I suoi capi firmati, che varrebbero anche 2 o 3 mila euro, qui si possono trovare a dieci volte meno. Lei gira città italiane ed europee a caccia di usato di lusso. «Ma ormai, grazie al passaparola, abbiamo un giro di clienti che portano capi e ne comprano altri». Ha avuto così tanto successo che ha fatto da apripista per altri due negozi simili nel capoluogo della Marca. «E ora ci piacerebbe attirare turiste, far rete con agenzie e altri negozi di livello simile, intercettare anche un altro pubblico», dice.
E così codici culturali, prodezze creative e nuove filiere economiche si mescolano. Non restano che gli oggetti con tutte le loro singole biografie. Proprio come quelli che si vedranno esposti al Social Museum inventato da Lenia Messina.

Cult | Veneziepost.it

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