culture

Cena a casa Pollock

Un freddo sabato di novembre. Il 25 per la precisione, del 1950. E’ l’ultimo giorno di riprese del film con Hans Namuth. Sono ormai cinque anni che Jackson Pollock vive con la moglie Lee Krasner nella casa di campagna, a The Springs, vicino a East Hampton. Quella sera, attorno al tavolo di quercia, ci sono un po’ di amici.
Ha organizzato tutto Lee per festeggiare la fine delle riprese. Roast beef con yorkshire pudding, uno dei suoi piatti forti, e poi cavoletti di bruxelles, crema di cipolle, sughetto di carne e insalata. Tutto procede per il meglio. Ma a un certo punto l’atmosfera si fa tesa. Jackson è nervoso e un po’ molesto. Sarà stata la serie di bourbon che nel frattempo sono girati, sarà stata la tensione di tutti quei ciak. Fatto sta che la discussione si anima, Jackson perde le staffe. Rovescia il tavolo e tutto vola per terra sotto gli occhi attoniti dei commensali. Lee semplicemente si affaccia dalla cucina annunciando che il caffè è pronto.
Springs è davvero il mondo dei Pollock. Tutto ruota attorno a quella casa immersa nella campagna e di qua dal mare. E all’interno, è in cucina che i due macinano desideri d’arte e impastano prelibatezze. Là prendono vita le famose tele. Là passano amici, curatori, collezionisti. Là si srotola il rapporto simbiotico e tormentato tra un artista e una artista finita all’ombra dal suo ciclopico marito.
Proprio frugando a casa Pollock, una fotografa canadese, Robyn Lea, tre anni fa scopre le ricette scritte a mano dai due o regalate da Stella, madre di Jackson o da alcuni amici. «La direttrice della casa-museo Helen Harrison ne aveva già 16, ma ne abbiamo trovate a decine: scritte sulla carta dell’Union Pacific Railway, altre su buste di lettere o su pezzi di carta e persino su fogli del block notes dello psichiatra di Jackson. In un piccolo quaderno a spirale ci sono gli appunti concisi di Lee. Lui invece descrive tutto, ingredienti e metodi».
Robyn Lea mette al lavoro un gruppo di chef, raccoglie interviste, trascrive aneddoti e ricette. E fotografa. Alla fine ne fa un libro, «Dinner with Jackson Pollock», che ora è disponibile anche in Italia nella versione inglese delle edizioni Assouline. Verrà presentato a Venezia il 25 aprile e omaggiato con una cena alla Collezione Peggy Guggenheim, dove si si aprirà una retrospettiva (una prima assoluta) sul fratello maggiore di Jackson, Charles (dal 23 aprile al 14 settembre). Proprio la figlia di quest’ultimo, Francesca, firma la prefazione al libro di Robyn Lea. E racconta come sia stata una sorpresa sfogliarlo, «mi sono sentita come Alice nel paese delle meraviglie».
In genere, «con Jackson c’era sempre una solitudine tranquilla. Ci bastava star seduti e osservare il paesaggio. Una tranquillità interiore. Dopo cena, stavamo seduti sotto il porticato a guardare la luce. Non c’era bisogno di parlare», sono le parole struggenti di Lee Krasner. D’altra parte è lei che se ne prende cura, calma e metodica. Seguendo i consigli del dottor Mark Grant, all’inizio dei ’50 «per combattere la dipendenza da alcol, Lee gli prepara una dieta vegetariana: frutta per colazione, insalata di verdure crude a pranzo, cotte la sera», racconta la fotografa.
E’ sempre Lee Krasner a usare la cucina per circondarlo di amici, a cominciare dai Little loro vicini o Alfonso Ossorio e il suo compagno Ted Dragon. Ma soprattutto, da vera manager, qui ci attira curatori, giornalisti, galleristi. L’assistente di Peggy Guggenheim, Howard Putzel, dopo una cena «con un menù estremamente sofisticato», ringrazierà «complimentandosi per il Cordon Bleu Chef», ricorda Robyn Lea. Alla fine, la cucina dei Pollock è un gran andirivieni di affetti e di profumi seducenti anche per l’art-business.
Tra le cose che a Jackson riescono bene ci sono il sugo per gli spaghetti e la la torta di mele (con cui vince persino un premio alla locale Fisherman’s Fair). E poi il pane. Il che svela il suo lato accurato e preciso, proprio come il controllo del dripping sulle sue tele. Niente è casuale, neanche tra quei rivoli di colori. Così col pane. «Io cucinavo ma lui infornava. Ed era molto meticoloso quando lo faceva», ripeteva la moglie.
«La dedizione per l’orto gliela trasmette il padre – continua la fotografa – Il fascino per la cucina glielo passa sua madre Stella che aveva trasformato l’abilità ai fornelli in una professione, cucinando in un ristorante per arrotondare le entrate negli anni della grande crisi».
Una storia americana, insomma. Un Pollock sconosciuto, colto nella sfera intima della sua cucina pubblica.

Io|Donna

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