Constanza Macras, danzando coi rom

aprile 4, 2015

Constanza Macras è una cantastorie. Quando spiega i suoi lavori ci si trova immersi in un flusso di immagini e narrazioni che si aprono di continuo e a loro volta ne aprono altre. Se le si chiede perché abbia messo in piedi un lavoro con un gruppo di rom, Open of Everything, quello che presenterà in anteprima nazionale al Teatro Nuovo Giovanni da Udine il 17 e il 18 aprile, lei ti porta in giro tra le periferie di Praga, i quartieri operai di Berlino, le campagne attorno a Budapest, i sobborghi in Slovacchia.
«Un giorno ci ha fermato un omone gigante, con una croce di guerra al collo, rasato, minaccioso. Ci ha chiesto un sacco di soldi per farci passare indenni in macchina. Abbiamo dovuto contrattare. Se ci fossero stati solo i ragazzi rom in quell’auto ne sarebbero usciti malconci o neppure vivi». Oppure: «eravamo a un funerale, c’era chi suonava e chi piangeva, poi è scoppiata una lite prima della festa e le donne a placare gli animi, dure e forti, anche a quindici anni, molti più degli uomini»
I lavori di Constanza Macras tessono indagini sul campo e coreografie, come una sorta di danza sociale. Argentina di origine e residente a Berlino da molti anni, ha studiato da Merce Cunningham a New York, prima di approdare nella capitale tedesca. Qui nei teatri off, quelli della scena indipendente, è stata notata per i suoi spettacoli vertiginosi e immaginifici. E così continua a lavorare, con la sua compagnia Dorkypark, sul doppio binario, i centri culturali underground e sale importanti come lo Schaubuhne am Lehniner Platz e Hebbel am Ufer – HAU e girando per i Festival di tutto il mondo.
Quello che porta a Udine «non è teatro sociale né teatro-danza», come ci tiene a sottolineare lei. Nel suo «teatro di creazione», come preferisce definirlo, lei è abituata a coinvolgere gli abitanti dei quartieri, i giovani senza documenti, stranieri, ceti poveri e usa «la danza come un linguaggio invisibile, è come una grammatica dei movimenti, l’architettura della narrazione».
Tutto nasce nel 2009, quando Macras comincia a lavorare sull’idea dei quello spettacolo «dopo i respingimenti di Sarkozy e il clima anti-rom che si è diffuso in Europa, alimentato in Ungheria dal governo autoritario guidato dal partito Orbit. Il Goethe Institut ci ha appoggiato e prodotto il progetto. Da lì siamo partiti con una call aperta a tutti e abbiamo iniziato a realizzare workshop in giro per varie città europee. Incontravamo artisti, musicisti, persone comuni. Abbiamo raccolto le loro storie, che hanno costruito la drammaturgia e una rete umana che non ha prezzo».
Da una scuola buddista dispersa nella campagna magiara, alle piccole band improvvisate e con una sorprendente cultura musicale, le case bruciate dagli attacchi razzisti dei vicini di casa, ai ghetti delle suburbie, le famiglie di acrobati e le frotte di operai rom che per pochi euro lavorano nelle fabbriche dei marchi per farli arrivare negli store delle nostre città. «Storie amare ed esilaranti», continua la coreografa, «che sono diventate l’ossatura drammaturgica dello spettacolo».
Alla fine Macras ha selezionato 17 rom che metteranno in scena il loro mondo gitano assieme a cinque danzatori della sua compagnia, oltre ad un complesso musicale rom. Tutti usciti e allo stesso tempo inseguiti «come gli ebrei, da un odio antico e irrazionale, un sospetto continuo, esplicito o nascosto», dice, sapendo come anche qui a Nordest la questione rom sia pane quotidiano per la cronaca.
Eppure, il rischio potrebbe essere anche il contrario. Quello di portare in scena il cliché dei gitani buoni ed esotici. Come lo ha evitato nel costruire lo spettacolo? «Semplicemente parlandone con sincerità, portando in scena i frammenti dei loro sogni, desideri, vite grame e fattacci», sorride. «Riconoscendo il diritto ad essere se stessi». E aggiunge: «Io non nascondo che ci siano criminali e ricettatori, che tra loro ci siano anche codici violenti e tradizionalisti. Ma provo a pensare cosa significhi vivere da sempre in un ghetto ed essere destinati a starci per sempre».

Cult | Veneziepost.it

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