L’incanto nei lapsus di Danh Vo

L’inizio è un rebus. Un divano a forma di bocca rossa appoggiato su un frigorifero, così come l’ha concepito Bernard Lavier. Di fronte una foto in bianco e nero dove alcuni bisonti scivolano da un dirupo, immortalati da David Wojnarowicz. La soluzione? Lapsus, ovvero Slip of the tongue che poi è il titolo della mostra che il 12 aprile si apre (fino al 31 dicembre) a Punta della Dogana a Venezia. La Fondazione Pinault l’ha commissionata a Danh Vo, assieme a Caroline Bourgeois.
Lapsus: perché una scena di intoppi, accidenti e slittamenti. Perché, come dice questo straordinario artista di origine vietnamita e danese di adozione, «le contraddizioni, più che la coerenza, svelano il senso delle cose». Il primo a slittare è lui, artista appunto che qui si fa curatore (ed è una prima a Punta della Dogana), torcendo i ruoli e allestendo oltre 170 opere di 52 artisti. Se ne prende cura con movenze da riparatore, accudisce e rimette al lavoro.
E’ forse anche la prima mostra negli spazi di Pinault che sa risaltarne la bellezza. A cominciare dall’enorme lampadario di fine ‘800 proveniente dalla sala da ballo dell’ex-Hotel Majestic a Parigi, già quartier generale del Reich e sede poi di molti negoziati di pace. Danh Vo lo piazza nella prima sala, un po’ spostato sulla destra, vicino alle scale. Incombe e inclina subito la vista. Ai suoi piedi un trolley aperto: dentro, il pezzo di un’antica scultura in legno tedesca, tagliata ad altezza dei piedi, in modo che il peso rientri negli standard imposti dalle compagnie aeree low cost. Da là comincia a tessere il suo dialogo disseminandolo ovunque.
E’ un continuo andirivieni, questa esposizione. Di storie private, di esodi, di controlli. Di affacci interni e di inquiete aperture. Di spazi sociali e di intimità. E’ un pulviscolo di smarrimenti. La si può attraversare come una caccia al tesoro di dettagli. Oppure come una allucinata promenade dove si perde sempre il filo, ci si imbatte nelle opere o ci si passa vicino senza accorgersene.
E’ impossibile non vedere la Testa del Redentore di Giovanni Bellini, frammento di una trasfigurazione e poi accorgersi che sotto c’è il ramo di corallo rosso di Hubert Duprat che rinvia alla Dafne dell’orafo Wenzel Jamnitzer realizzata a fine ‘500. Duprat ritorna su questo mondo naturale costruendo un piccolo acquario. Nell’acqua ci mette pagliuzze d’oro e le larve di tricottero, che usano qualunque cosa per farsi un fodero, finiscono per costruirsi un mantello dorato.
E’ una trama di letture, tutte alterate, fatte di rimandi, di suggestioni. E tentativi di ripristino. Come quello di Nancy Spero che con il suo Codex Artaud prova a riannodare ciò che resta del furore di Antonin. Ne fa 34 lunghi fogli di carta, realizzati all’inizio degli anni’70, in cui prova a trovare un varco in quell’universo dolorante, appuntando disegni e parole. Quasi una bussola, seppure fuori uso.
Così sono i dettagli di vivi e di morti nelle fotografie di Peter Hujar, che ama le imperfezioni di chi è stato imbalsamato e le irregolarità nella vita racchiusa in una schiena, un sesso o due gambe piegate.
E’ meglio provare a capirsi per frammenti e residui, sembra dirci Danh Vo, ed esporsi al rischio del vuoto. Come la scultura di Jean-Luc Moulène, formata da pezzi ad incastro, che si muovono e scivolano e il tutto resta sospeso. Di fronte, il trampolino da piscina di Elmgreen&Dragset sbuca fuori dalla finestra, senza permetterci di raggiungerlo.
E’ come se fossimo destinati a non mettere mai a fuoco, a confonderci di continuo. Condannati a dire comunque qualcosa di sbagliato. E’ già così. E lo sarà sempre.

Corriere del Veneto

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