culture, società

A Nordest del design

Tre anni fa la thailandese Rayfisch Footwear ha ideato un paio di scarpe con pelle di manta che potevano essere personalizzate con un’interfaccia web. E’ ormai di sette anni fa, invece, il lancio di Gina, da parte della Bmw. Un modello visionario di auto in cui una leggerissima carrozzeria è completamente rivestita da uno speciale tessuto che sembra epidermide al tatto e che cambia le linee del veicolo a seconda della velocità e reagendo a contatto con il guidatore.
Sono solo due tra i tanti esempi che si possono trovare nel volume «Il corpo umano sulla scena del design», appena uscito per il Poligrafo su iniziativa dell’Università Iuav di Venezia, e curato da Massimiliano Ciammaichella. Il volume (che verrà presentato il 22 aprile, ore 18 alla Libreria Feltrinelli di Mestre) raccoglie una serie di contributi cercando di sviscerare quanto sia diventato impalpabile e allo stesso tempo onnipresente questo campo di progettazione che è il design. E quali siano le nuove frontiere, quelle ad altissimo tasso di innovazione, dove tra corpi e oggetti si innescano interazioni impensabili.
Un campo che dovrebbe essere all’ordine del giorno anche a Nordest, che pure vanta designer e progettisti di gran prestigio e una manifattura con la vocazione di tornare a volare. Ma è così? Non proprio.
Secondo Monica Calcagno, che all’Università Ca’ Foscari insegna Design Management, «a Nordest non c’è ancora la consapevolezza, tra gli imprenditori, di quanto sia necessaria una visione critica di ciò che si produce. Quello che manca non è la tecnologia, né le idee, ma il senso della produzione, il cambiamento che può produrre sulle persone. E questo si chiama design». E qui, si dovrebbe capire cosa si intenda per design.
Il libro di Ciammaichella peraltro arriva in un momento di grave crisi per lo Iuav, che rischia di perdere, nella sua gravissima crisi finanziaria, proprio i corsi di laurea più aperti alle sperimentazioni (Interactive Design, Moda, Teatro, Arti visive) che avrebbero dovuto innaffiare la parte di architettura secondo una «cultura del progetto», forse mai veramente decollata. E di cui avrebbe bisogno. Non a caso, uno dei più prestigiosi designer veneti, Renato Montagner, dice subito: «Dovremmo smettere di progettare oggetti e involucri. Il destino del design dovrebbe essere quello di progettare le città, occuparci di piste ciclabili e mobilità, edifici e parchi». Vale a dire entrare su due piedi dove l’architettura (e l’urbanistica) ormai ha smesso di mettere a fuoco: materiali, soluzioni, flussi, forme, visioni altre. Ritorna la domanda: cos’è diventato allora il design?
Continua Montagner: «le micro-dimensioni sono tutte appannaggio di grandi company dell’high tech e delle nuove tecnologie». Il caso più famoso è forse quello dei Google Glass. La commessa per i nuovi occhiali iper-tech ce l’ha Luxottica, come si sa. «Ma non abbiamo notizie da un anno», dicono da Agordo. Di più non possono dichiarare. Si sa che Google deve risolvere non pochi problemi su quell’oggetto e sulla sua commercializzazione. Già si erano fatti avanti i disegnatori di app di «realtà dilatata» dedicata ai turisti, come nel caso della Mubo Project e della Vidiemme Cunsulting. Indossarli, come abbiamo fatto, è una vera sensazione di smarrimento. Non solo perché sembra di osservare un ipertesto con un tocco, una strusciata o un batter di ciglia, ma anche perché la quantità di informazioni commerciali che ci bombarderebbero la retina camminando sarebbe forse insopportabile.
«Le micro e nanotecnologie sono penetrate nelle trame dei tessuti intelligenti, ma anche sotto la pelle, all’interno dei nostri organi vita in un’ottica diagnostica e terapeutica, ma anche di “realtà aumentata”», racconta Ciammaichella, che allo Iuav tiene i corsi al Laboratorio di disegno e rappresentazione multimediale. Per questo «diventa sempre più importante indagare il modo con cui le tecnologie prendono forma di oggetti, di abiti, di protesi, di tessuti, di superfici, di interfacce. In altre parole, è sempre più necessario capire come queste tecnologie sono progettate per essere usate e veicolate dal corpo, e come il design possa determinare il miglior rapporto possibile fra le tecnologie e chi le utilizzerà».
I corpi sono ormai un ibrido di materiale biologico, tecnologico, chimico, che è difficile da districare. Le interazioni con gli oggetti sono quasi intime. E questo livello di intimità è qualcosa che i designer devono tener conto e con loro chi fabbrica gli oggetti progettati. Lo stesso significato di oggetti è cambiato.
Paolo Spiga e Andrea Mazzon hanno messo in piedi da due anni una start-up, la XYZE, incubata all’H-Farm di Villorba. Per loro il design è «un’esperienza tattile». Hanno inventato un oggetto (opera di Eros Capovilla, un designer appena diciannovenne e, dicono, un vero talento) che toccando il corpo ne prende le misure e attraverso una app ricostruisce il «profilo digitale», cioè il modello, lo invia alla casa di moda che poi fa l’abito su misura. «Entro fine aprile saremo integrati in una piattaforma di moda che darà la disponibilità ad usare l’applicazione su almeno 10 brand, con l’obiettivo di raggiungere quota 100 a breve». Per design, in questo caso, quelli di XYZE intendono l’intero processo che smaterializza il corpo e «lo rende digitale eppure personalizzato, in un settore quello della moda dove nessuno comprerebbe un capo senza toccarlo prima».
Restiamo a Treviso. Dario Martini, 29 anni, designer industriale, lavora come consulente per più aziende (e firma anche un bel saggio nel volume del Poligrafo). Si è occupato di un progetto in campo della medicina rigenerativa, messo a punto da un bio-ingegnere. «Quello sulle protesi è un campo sempre più aperto, così come nello sport: e anche qui il lavoro avviene grazie a un mix di medici, ingegneri, 3D makers e designer». Ora sta seguendo un progetto, sostenuto dall’agenzia spaziale italiana, che punta a realizzare «eco-sistemi integrati, che contengano piante o sistema d’acqua, capaci con una serie di dispositivi intelligenti di creare un ambiente ecologico on-demand, a misura dell’utente».
Il designer così diventa una figura complessa, quasi la regia di altre discipline, capace di dar senso all’intero progetto, perché «ha sempre in testa la persona che poi userà quello che si progetta, ne prevede l’impatto e le interazioni». Ma se gli si chiede quale sia il risvolto produttivo a Nordest, Martini scuote la testa: «C’è molto interesse ma poca comprensione che non si è ancora riversata nella produzione, se non in casi isolati».
E’ per questo, come spiega Monica Calcagno che il design è entrato nel vocabolario del management come «meccanismo per produrre senso all’impresa e alle sue produzioni: il caso più eclatante è lo Swatch, la cui ideazione ha stravolto la stessa idea di oggetto. Si pensa sempre che l’innovazione debba passare attraverso alti tassi di tecnologia, ma non è così. Si possono usare idee semplici e low-tech e realizzare qualcosa che resti davvero nel tempo».
Renato Montagner ci racconta ad esempio come nei suoi lavori abbia usato «pratiche art&craft più che cyborg». Le tecniche e le immagini dei tatuaggi sui pneumatici, le tute Dainese dei supereroi per gli sciatori e gli elmetti integrati col corpo. Oppure la lampada Foscarini, realizzata in tessuto, grazie ad uno studio sugli indumenti intelligenti degli astronauti commissionato dalla NASA e condotto sempre da Dainese in collaborazione con il MIT di Boston. «Niente di iper-tech, ma quasi un ritorno ad una dimensione umana».
Una delle eccezioni che qui tutti nominano è Daniele Lago, che sarà uno dei protagonisti alla Design Week pronta ad aprire a Milano. L’azienda nella padovana Villa del Conte, leader nel settore dell’arredamento, sarà presente in decine di luoghi della città lombarda. Uno dei progetti che presenterà avrà come obiettivo proprio le interazioni fra corpi e tecnologia. «Talking furniture» si chiama: ogni mobile è dotato di un chip, avvicinandosi con uno smartphone (e scaricata la relativa app) ci arriveranno immagini, visioni, informazioni. Un tavolo può raccogliere tutte le storie e le persone che si sono avvicendate attorno ad esso, un lettino per bambini può recapitare fiabe ad hoc, una cucina ricette e piatti prelibati. Mobili cantastorie che attivano e entrano nel nostro immaginario. «E’ più importante lo spazio vuoto attorno ad un oggetto di design che non il pieno dell’oggetto», ci dice Lago. E così chiama a raccolta, sempre a Milano, in una serie di luoghi diversi (da caffetterie a negozi, uffici e B&B) centinaia di persone per riunirle attorno ai suoi famosi tavoli. Ognuno lancia un tema e mobilita la community di sconosciuti che si prenota on-line. Sono i network calling (http://www.lago.it/designweek2015/network-calling) che si terranno dal 14 al 18 aprile.
Qui tornano i corpi sulla scena del design. Interpellati, irrorati di immagini, messi al lavoro. Allo stesso tempo fruitori e progettisti, costruttori e clienti. Per avere un’idea bisogna rientrare alla H-Farm. Davide Scomparin è un trevigiano che ha creato da due anni la Desall. Un portfolio di almeno 50 aziende e un data-base di 50 mila iscritti. Tutto avviene on-line: le prime chiedono progetti e lanciano una call e tutta la comunità di designer risponde mandando idee. Un esempio? Un’azienda meccanica di Bassano del Grappa che produce tondini si è sempre occupata di ceste per frigoriferi da supermercati. Voleva espandere la produzione. Come? Ha lanciato la call e ha ricevuto 150 progetti. Illy ha fatto lo stesso per le sue tazzine: hanno risposto in 2 mila. «In questo caso il design è il veicolo per ottenere qualcos’altro», dice il fondatore. Dunque, alla fine, cos’è il design?

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