Federico Zappino: i post-oggetti neoliberali

aprile 11, 2015

«Usiamo I-phone e computer per fare e raccogliere una quantità inimmaginabile di fotogrammi della nostra vita. Quando si rompono, e l’obsolescenza di questi oggetti è rapidissima, perdiamo irrimediabilmente una parte della nostra vita. Il paradosso è che sono oggetti potenti dal punto di vista funzionale eppure strumenti fragili, a loro affidiamo di produrre e riprodurre la nostra vita, dimenticando di poter vivere improvvisamente un lutto».
Federico Zappino, ricercatore in Filosofia politica, è oggi uno dei più attenti e conosciuti osservatori sui materiali delle identità e della fisiologia del potere. Trentenne, ha al suo attivo la traduzione di alcuni dei lavori più importanti della filosofa americana Judith Butler (La vita psichica del potere, 2013 e Fare e disfare il genere, 2014) e assieme a Lorenzo Coccoli e Marco Tabacchini ha curato Genealogie del presente. Lessico politico per tempi interessanti (2014), tutti per Mimesis Editore.
Abbiamo chiesto a lui di aiutarci a comprendere alcune delle relazioni generate dal design sui corpi, le relazioni, il senso della produzione. Il fatto è che la manifattura sembra votata a produrre esperienze, oltre che oggetti. E oggetti che entrano nelle nostre vite, bucano la sfera della sola sensorialità per irrompere in un terreno di affetti e di immaginari.
Il design è stravolto perché si fa carne viva nei processi di produzione di senso. «Al tempo del fordismo la distinzione era netta tra la macchina e chi la usava senza sapere com’era fatta. Oggi possiamo non conoscere l’algoritmo di Facebook, ma ne siamo costruttori attivi, non solo fruitori o clienti. Siamo noi, con tutti i nostri dati, le nostre foto, le nostre relazioni e le nostre informazioni che lavoriamo per far crescere questa macchina di capitale. Quei dati, quelle foto e quelle informazioni sono la produzione della manifattura Facebook».
«Michel Foucault parlava di “assoggettamento”, per cui – per dirla con un gioco di parole – il potere ti produce e tu produci le condizioni del potere, in un circuito inesorabile. Ma a differenza di quello che vedeva lui fino agli anni ’80, ora il meccanismo è molto più affascinante. Noi lavoriamo per Facebook, ma non abbiamo la percezione di essere sfruttati, benché nessuno ci paghi per farlo, perché ci dà piacere e viviamo la sensazione di essere una libera comunità che produce se stessa. Il famoso social network è solo uno degli esempi possibili di lavoro gratuito, ovviamente. Si pensi a Expo».
«Non è un discorso moralista perché è sempre stato così. Però ora c’è uno scarto che non ha paragoni nella relazioni tra la vita e la macchina, tra la produzione di senso e di capitale». Dunque, cosa significa progettare e produrre “oggetti”? Qual è il ruolo tra designer, produttore e consumatore, se tutto si fa evanescente «e ogni azione è messa a valore e a lavoro? – continua il ricercatore – I corpi si sono ibridati, di tecnologia e protesi, certo, per questo si parla di post-umano. Ma anche gli oggetti hanno assorbito un po’ di vita: hanno memoria, possono localizzare, ti personalizzano ciò di cui hai bisogno, hanno insomma vita propria. E così potremmo dire che sono anch’essi post-oggetti e post-macchine, capaci persino di procurarti il lutto di una memoria persa, piena di immagini della persona che ami. Sono gli stessi corpi a spingere affinché gli oggetti vadano oltre se stessi. In queste spinte, che lavorano non più sui nostri bisogni ma sulla produzione incessante di nuovi desideri, rimane sempre la domanda di fondo: a che servono? E a quali costi – e costi umani? Forse dovremmo prima rispondere a questo».

Cult | Veneziepost.it

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