culture, società

Noori Kim: Far East marketing

Noori Kim lavora come Economic Research Specialist al Consolato generale della Corea del Sud di Milano. Dunque, uno dei paesi culturalmente ed economicamente più interessanti per il nostro paese e una potenza dal punto di vista dell’industria cinematografica. Stiamo parlando di «un volume d’affari di 1,3 miliardi di dollari, settimo al mondo – ci spiega – Un mercato in crescita: attualmente sta calando il mercato giapponese, e il mercato francese e inglese sono in una fase di stallo, quindi stimiamo di piazzarci prossimamente al terzo posto, subito dopo Usa e Cina».
Nonostante il calo di investimenti, la produzione coreana di film si aggira attorno alle 100 pellicole l’anno, erano arrivate a 216 nel 2011 e a 229 nel 2012. Il paese europeo che invece maggiormente investe nella distribuzione di propri film è la Francia, che a Seul ha fatto davvero sistema: «E’ stata siglata una collaborazione tra la KOFIC (Korean Film Council) e la CNC (Centre national du cinéma et de image animée) e l’Unifrance – continua – Ed è del 2007 un accordo di co-produzione a livello ministeriale. Registi come François Ozon e Michel Gondry sono delle vere star in Corea».
Ed è qui dunque il punto debole del sistema Italia, un paese peraltro dove sbarcano 100 mila turisti coreani ogni anno «e sono davvero tanti», sorride Noori Kim.
Visto da Seul, cosa rappresenta il Far East Film Festival?
«Nel settore del cinema è tra gli appassionati il festival di Udine è davvero riconosciuto ed elogiato. In Italia solo il Firenze Korean Film Festival gode di una reputazione un po’ più grande, ma solo perché il nome stesso della città attira l’attenzione e perché è dedicato solamente alla cinematografia coreana».
Quello di Udine è anche considerato un punto di riferimento per cineasti e imprese di produzione coreane?
«In Corea facciamo molti piccoli festival e tra questi c’è il “New Italian Film & Art Festival”. Ma non abbiamo così tanti eventi che si occupino di film commerciabili e che abbiamo uno charm più forte del FEEF. Ho incontrato personalmente filmmakers e registi coreani a Udine nel 2013 e tutti mi dicevano di essere rimasti colpiti da un festival affascinante e dinamico, con un pubblico molto giovane e un’atmosfera easy e rilassata. Tra l’altro, ho saputo che il FEEF sta lavorando a un progetto con il Busan International Film Festival, il più grande e il più importante in Asia. Anche se non ne conosco i dettagli, ma il solo fatto che ci sia una relazione tra i due significa già moltissimo».
In Italia, negli ultimi anni la cinematografia coreana ha guadagnato un successo di pubblico e di critica. Ci sa dare un’idea di quale sia il volume di scambi tra i due paesi in questo settore?
«Non stiamo parlando di un grande mercato. Il Far East, attraverso la casa di distribuzione Tucker Film, riesce a distribuire soprattutto Dvd presentati al Festival e forse neanche tutti. Allo stesso non sono molti i film presenti nelle sale cinematografiche italiane, direi un due o tre per anno. Dunque, potrei dire che parliamo di piccole cifre, e spesso si riferiscono a pellicole cosiddette altamente artistiche, come quelle di Kim Ki-Duk.
In Corea la situazione è più o meno simile, ne arriveranno altrettanti l’anno. Ma questo a che fare con le dimensioni dell’industria cinematografica, che in Italia è molto piccola rispetto a quella coreana. Per avere un’idea, basti pensare che la Corea rappresenta la settima industria di cinema più grande al mondo, dopo Usa, Cina, Giappone, Francia, Inghilterra e India. Ed è tuttora in crescita».
Quali sono le opportunità o le difficoltà per un imprenditore di cinema coreano nell’investire da noi?
«Il problema più grande da affrontare è la burocrazia in Italia, che fa spendere molto tempo e molte energie. Inoltre, quando pensiamo all’Italia, la percezione riguardo al cinema è che sia un paese con un glorioso passato, più presente. Sono pochi i film italiani recenti che abbiano raggiunto un successo nel mercato coreano, penso a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Ma credo sia dovuto soprattuto alla mancanza di capacità di marketing. Ad esempio, presentiamo molti più film francesi e forse perché sono molto bravi a costruire operazioni di marketing e branding».
Le crede che un festival così mirato come quello di Udine possa essere capace di diventare un volano per turisti e business?
«Me lo auguro e potrebbe succedere. Udine è davvero una delle città italiane più conosciute in Corea. E personalmente mi è piaciuto moltissimo starci durante il festival. Ha tutte le carte per farlo: il festival è molto divertente, il cibo meraviglioso, la città molto bella. Ma il problema è sempre lo stesso: come usare bene le strategie di marketing e di branding? Se non si legano festival e città, quello che fai e quello che succede, la situazione non può evolversi».

Cult | Veneziepost.it

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