La saga dei Pollock in laguna

aprile 23, 2015

La saga dei Pollock alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia ha dispiegato le ali. Prima è arrivata Alchimia, capolavoro di Jackson Pollock, restaurato e rivelato in tutta la sua bellezza cromatica. In questi giorni è sbarcato il grande Murale, trasferito dall’Università dell’Iowa, anch’esso ripulito e riportato a nuovo splendore, attorno al quale è stata costruita una mostra di dialoghi e rimandi. E poi è arrivato Charles, il fratello più pensieroso e artista più disciplinato, quasi una scoperta anche lui, essendo rimasto comunque in ombra dalla colossale fama di Jackson. In laguna ci resteranno fino al 16 novembre il primo e fino al 14 settembre l’altro.
Il Murale era stato commissionato da Peggy Guggenheim al grande artista americano nell’estate del 1943. Era destinato all’abitazione newyorkese della collezionista. Jackson lo completò la prima settimana di novembre di quello stesso anno. E il risultato fu sorprendente. Una tela di 2,42 m di altezza e di oltre 6 metri di lunghezza. Un turbinio di linee e colori. «Una folgorante energia», come spiega David Anfam, uno dei massimi esperti americani di Pollock, presentando al pubblico l’enorme tela, da cui è scomparsa la coltre di vernice e sono riaffiorate tutte le gradazioni dei celesti, dei rosa, dei gialli, dei verdi.
«Un ritorno a casa», lo definisce Philip Rylands, che della Collezione Guggenheim è il direttore. La casa di Peggy è riempita dalla mole del Murale. Avvicinandosi, si resta quasi attirati dentro quel virtuosismo cromatico. Ipnotizza osservandolo con distacco per quelle linee reiterate, verticali, sagome che si susseguono per tutta la lunghezza. E’ un corpo che si muove lungo la tela, sollevando davvero l’energia come un polverone di colori, una brezza che si ingrossa mano a mano che cammina.
Da allora chiunque ha dovuto fare i conti con questo imponente lavoro e con la festa magmatica di sinuosità che sprigiona. In mostra a Venezia, una serie di lavori successivi danno prova di questo. A cominciare dall’altrettanto grande tela di Robert Motherwell, “Elegia per la Repubblica Spagnola n.126”, realizzata tra il 1965 e il 1975 e concepito appositamente per dialogare con il capolavoro di Pollock. In questo caso il turbinio viene ripulito e rimangono le tracce ingigantite, nere, di cerchi e di fasce verticolai, come fosse un dettaglio radiografico del Murale zoomato su tela.
Lo riprende anche Lee Krasner, la moglie di Jackson, sua sodale e quasi-manager, l’artista che in un certo senso si ritira nel cono d’ombra dell’ingombrante marito e se ne prese cura fino alla morte, avvenuta per un incidente d’auto nel 1956, in stato di ingestibile ebbrezza. Quella vecchia Chrysler, peraltro, era stato un regalo di Peggy.
Ma è da quella data, in realtà, che è iniziata per davvero la carriera del fratello Charles. Anche lui finirà schiacciato dalla fama di Jackson. Tuttavia, la sua traiettoria artistica seguì una propria ricerca. Si vedono le sue tele degli anni ’30 molto formali. Ma anche gli schizzi e i disegni per i volantini del sindacato con cui era impegnato. Poi due tele, dipinte tra il 1949 e il 1950, una per fratello: entrambi erano dentro l’onda dell’espressionismo astratto, Jackson ormai immerso da tempo e molto maturo, Charles agli inizi. Ma quei rivoli di pigmenti rimandano a due personalità estremamente diverse, a mani distanti, a un passo con ritmo imparagonabile.
Dal 1956 è come se Charles avesse preso il largo, trovando un proprio originale sguardo sul mondo. In quell’anno è in Messico, dove dipingeva il ciclo di Chapala. Nei primi anni ’60 arrivò in Europa e il ciclo “Rome” testimonia il suo nuovo immaginario visivo: le grandi macchie nere su fondi colorati opachi sembrano quasi un ritratto malinconico.

Corriere del Veneto

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