Paolo Baratta, la mia Biennale

maggio 3, 2015

«Una delle ragioni per cui è così grande la stima verso la Biennale? Il fatto che è sempre stato chiaro come non abbia mai fatto il presidente per fini che non fossero quelli istituzionali. Dunque, nessun rimpianto». Paolo Baratta si riferisce alle voci che i mesi scorsi scommettevano su una sua candidatura alla poltrona di primo cittadino di Venezia.
Il 9 maggio inaugurerà la 56ma edizione dell’Esposizione Internazionale d’Arte, e se c’è un’istituzione considerata virtuosa è proprio la sua Biennale. A livello nazionale e a livello locale. Baratta aggiunge: «A volte ho dovuto essere un po’ impolitico. E non intervenire in un campo che non mi competeva».
Il punto è che la Biennale ha cambiato la città. Non crede?
«Certo. Penso a una piccola cosa, il Giardino delle Vergini: era una specie di discarica, tanto che nel 2009 Lara Favaretto ci ha fatto un’installazione-palude. Oggi è una meraviglia e una parte sarà anche aperta al pubblico tutto il giorno. Penso all’Arsenale: siamo un caso unico che usa spazi di quel tipo nella loro originalità. E anche qui diventando un modello»
Come?
«Solo in Arsenale l’investimento è stato di 30 milioni di euro, in gran parte con fondi stranieri: i singoli paesi hanno restaurato spazi in cambio del loro utilizzo come padiglioni. Abbiamo ripristinato le Sale d’armi, ultima la Sala sud appena messa in sicurezza. Qui dovrebbe essere il cuore di un college internazionale».
Tutta la città è messa al lavoro. Non si rischia la bulimia di esposizioni? Può reggere?
«Il rischio c’è. Quello che la Biennale può fare è di mostrare buone pratiche. Ad esempio sulla produzione culturale o sulla formazione. O, come nel caso del Padiglione Venezia, la sintonia col territorio, le dinamiche tra arti applicate, manifattura, futuro digitale. Certo che tutto questo dovrebbe essere oggetto di una larga riflessione politica in città».
Fra pochi giorni l’apertura: se nel 2013 era Biennale visionaria, questa sembra più politica. E’ così?
«Sì, le due dialogano molto apertamente. Massimiliano Gioni ha puntato sull’intimità dell’artista attraverso una ricognizione di ossessioni. Okwui Emwezor porta in luce il rombo della storia e le sue fratture. Se per politica si intende la necessità di sintonizzarsi sulle tensioni del mondo e sul presente, allora sì, è una mostra molto politica».
Ha fatto molto scalpore la scelta di orchestrare una lettura corale de Il Capitale. Una scelta strepitosa: ma lei non ha paura di passare per vetero o passatista?
«[ride]…No. Passatista è chi trova nel passato qualcosa da riproporre totalmente. Invece, l’operazione su Il Capitale è molto complessa, poetica, si sente l’eco dei frammenti della Storia. E’ come se facesse risuonare la domanda: cosa sta succedendo? Si lega all’Angelus Novus di Walter Benjamin e di Paul Klee, l’angelo con gli occhi sbarrati, le ali spiegate, trascinato dal vento verso il futuro».
Sarà dunque una Biennale molto performativa.
«Certo. Tutto risponde all’idea di mettere in scena un “Parlamento di forme” come l’ha chiamato Okwui Enwezor. L’oralità, le performance, le installazioni, lo speaker’s corner rispondono al bisogno di una voce plurale. Il suo progetto ci appare grave nelle preoccupazioni e vivace nell’avvicendarsi delle opere».
A proposito di cose che hanno fatto scalpore. Sulle vicende dei padiglioni di Costarica e Kenya non sentite una qualche responsabilità?
«Sono nuovi partecipanti e non hanno ancora stabilizzato il loro modo di partecipare, però mi fa piacere che loro, avendo scoperto qualcosa che non funzionava, abbiano pensato subito di ritirarsi. Lo considero un segno di rispetto per la Biennale»
Questo è il suo ultimo mandato da Presidente. Cosa succederà dopo?
«Per me ci sono solo il presente e il futuro, non il prima e il dopo».
Ma almeno c’è qualcosa che avrebbe voluto fare e non ci è riuscito?
«Abbiamo fatto molto, ma nei settori danza, musica e teatro la Biennale potrebbe fare quello che riesce a fare in arte e architettura. Si vedrà».

Corriere del Veneto

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