Marx, il minimarket, l’umanità dolente

maggio 6, 2015

Si può entrare alla Biennale, passando in un minimarket di quartiere, che vende cibo in scatola e pizze surgelate e sbucare in una sorta di ferramenta/studio zeppo di attrezzi e di barattoli di vernice già usati e disposti uno sopra l’altro. Questo spiazzante e divertito luogo di oggetti non è altro che il padiglione canadese, trasformato dalla poetica delle cianfrusaglie e dal bricolage dello spazio dal collettivo BLG.
Queste camere di meraviglie del quotidiano, veri e propri magazzini di scarti di cui gli artisti si appropriano, sono parecchio amate da chi fa arte. Il padiglione israeliano è riconoscibile fin dall’esterno per essere completamente coperto di pneumatici legati uno con l’altro. All’interno interi scaffali e vetrine, intasati di cartoni, piastrelle, infissi, dialogano con grandi tele in cui passeggia un’umanità un po’ spaventata. Tsibi Geva, l’artista, l’ha chiamata archeologia del presente.
In realtà, Okwui Enwezor, il curatore di questa 56ma edizione d’arte, avrebbe indicato a tutti e a se stesso l’orizzonte di futuro, anzi di “Tutti i futuri del mondo”. Ma l’archeologia del presente di Geva sembra più calzante per tutti, compresa la grande mostra allestita dal curatore nigeriano con tanto di Capitale.
Certo, c’è il rigore più che l’immaginifico. Così, si può incrociare ai Giardini Massimiliano Gioni, che ha firmato l’edizione 2013, e sembra piuttosto sorridente e rilassato. Le due Biennali sembrano quasi un contrappunto. Tanto era visionaria ed esoterica la sua, tanto appare reale e dolente questa. L’enorme maschera da jet militare che ingombra una sala dei russi, dà un po’ l’idea dell’asfissia del presente. Irina Nakhova ci ha infilato l’immagine in movimento del pilota che ha uno sguardo piuttosto confuso e inadeguato.
Il rigore di Enwezor può avere anche il profumo di un’aiuola colma di boccioli di rosa, come campeggia nel padiglione olandese, dove tra falcetti e grano, hernan de vries ha messo in piega il nostro rapporto piuttosto malato con la natura. Un’opera può avere le dimensioni di un enorme pino, posto nella sala centrale francese, sotto il tetto trasparente. I visitatori si possono sedere nelle sale ai lati per assistere alla leggera coreografia di quest’albero dalle radici in vista che si muove leggermente sotto un fruscio ricreato da Céleste Boursier-Mougenot. Anche la natura è piuttosto ribelle, quando le combiniamo guai strutturali. E così alle isole Tuvalu non resta che creare tre piscine d’acqua e immersi nei vapori e nel buio assaporiamo la sconfitta del nostro esotismo.
Abituati alle generose eccentricità del passato, qui tutto sembra piuttosto attutito. Non è tempo di gesti sbracati. Gli stessi visitatori alla pre-apertura commentano piuttosto sottovoce e sembrano alquanto spauriti, trottando da un artista all’altro. Per fortuna ci sono due irriverenti che scompigliano un po’ visitatori poco avezzi alle poetiche di un reale contro cui insorgere al più presto. L’inglese Sarah Lucas doppia una enorme scultura biomorfa di uomini in contorsione con alti sessi in erezione. Fa tinteggiare il salone di un “crema intenso” che occhieggia a liquidi densi da assaggiare. Infila sigarette negli orifizi di una serie di statue/manichino dicendoci che se abbiamo pensato “che le sculture sarebbero state migliori senza, beh, le ho messe anche per te”. Prova a scandalizzarci manipolando le nostre ossessioni con grande ironia.
Anche Danh Vo, vietnamita di origine e danese di adozione, protagonista in questi giorni a Venezia di un’altra mostra (anche se in veste di curatore) a Punta della Dogana per Pinault, sa essere irriverente, anche se rispetto a Sarah Lucas di grande raffinatezza. Nei suoi innumerevoli riferimenti, riesce ad assemblare sculture lignee e bassorilievi in marmo, reperti del 1600 e tavoli di design degli anni ’50. Parla della perdita e del lutto e pone a un’opera toccante (una testa di donna in legno chiusa in una piccola scatola) un titolo come “Your mother sucks cocks in Hell”, di cui non è necessaria la traduzione, estrapolandola dall’Esorcista del 1973.
Il vero scandalo, sembrano dirci tutti, è l’umano. Torna Marx, una cui frase campeggia a casa slovacca: “Il problema non sono le illusioni. Ma liberarsi dalle condizioni che richiedono illusioni”. Lo sa bene Paz Errazuriz, cilena, una delle più importanti fotografe internazionali, coi suoi ritratti in bianco e nero negli ospedali psichiatrici, nelle comunità di travestiti e transessuali dallo sguardo ferito e impietoso. Lo sa Argelia Bravo che dal Venezuela porta il video delle sue donne che allattano col passamontagna in testa, canticchiando al proprio neonato una ninna nanna su cui 200 anni fa c’hanno scritto l’inno nazionale. E lo sa Ana Gallardo che per tre mesi ha lavorato con le detenute del carcere femminile della Giudecca: a loro ha chiesto di realizzare dei piccoli oggetti di desideri, pensando alla propria vecchiaia, come quelli che i nativi portano come ex-voto alla Vergine. E del passato cosa resta? Forse il grande reperto scheletro di 9 metri dal Museo di Scienze naturali di Tirana.

Corriere del Veneto

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