culture

Le motoseghe di Monica Bonvicini

Monica Bonvicini è alla sua quarta Biennale d’arte a Venezia. Eppure non ha mai esposto in Veneto. E in rarissime occasioni in Italia. Lo strano caso di questa artista, nata a Venezia nel 1965 e residente a Berlino da metà degli anni ’80, balza ancora più agli occhi se si pensa che è una delle sole quattro italiane volute da Okwui Enwezor e una delle due viventi (l’altra è Rosa Barba). Nel 1999 si è portata a casa il Leone d’oro come miglior artista nazionale, è poi sbarcata nel 2005 e ancora nel 2011 invitata da Bice Curiger. Nel frattempo ha collezionato mostre in tutto il mondo.
«La Biennale non è solo l’arena d’arte internazionale più importante. E’ la possibilità di fare ogni due anni il punto sullo “stato dell’arte”. Quindi è un grande prestigio essere chiamata a portare i miei lavori, a partecipare a questa riflessione collettiva».
E ne senti anche la responsabilità?
«In certa misura sì. Certo, come dice un mio caro amico: danni non ne posso fare. Ma per un artista il pericolo è sempre quello di aggiungere stupidità a tutta quella che già c’è nel mondo. E bisogna starsene alla larga».
Che idea ti sei fatta di questa tua quasi invisibilità nel panorama italiano?
«Non lo so. Manco da così tanto tempo che forse non sono nei circuiti nazionali più frequentati. E poi fin dagli anni ’90 ho sempre affrontato dei temi, come il rapporto tra architettura, geometrie del potere e identità sessuali che qui stanno arrivando solo ora. Gli studi queer hanno ora successo dopo vent’anni. Ma in qualche modo già li usavo, mi ha aiutato la mia formazione tra Berlino e Los Angeles. Per molti qui non ero che un’artista arrabbiata o femminista, ma il discorso era molto più complesso».
E che legami hai mantenuto con la cultura italiana e con questa città?
«Beh, molti forti. Mio padre è di origini veronesi e mia madre bolognese. Ho vissuto a Venezia fino ai 6 anni, poi a Brescia fino ai 19. I miei riferimenti sono qui, ovviamente. Di Venezia credo mi sia rimasto quel senso di spaesamento che si prova quando si attraversa la città e che mi sono portata a Berlino».
Tu porti un’opera di grande impatto visivo, come sempre. “Latent Combustion” sono 5 grappoli di 90 motoseghe ricoperte di gomma liquida appese con catene al soffitto. Com’è nato questo lavoro?
«Sono sempre stata affascinata dalle motoseghe, lo ammetto. Un giorno ne ho comprate una ventina in un magazzino svedese. Mi ricordano molte cose: il lavoro duro, il sudore, i grandi alberi che vengono tagliati, le persone comuni che le usano in giardino, la polizia anti-squatter quando entra in azione. Un lavoro iconograficamente maschile, sempre associato a omoni grandi e grossi. Poi c’è il rimando al cinema del terrore. C’è qualcosa di molto cheap e di molto barocco insieme. Così a grappoli dal soffitto mi ricordano raffinati candelabri».
Quindi è in sintonia con i temi proposti da Okwui Enwezor.
«Sì, trovo affascinante il quadro in cui ci ha fatto lavorare e il risultato corale che ha ottenuto. All’inizio mi ha chiamata per chiedermi su cosa stessi lavorando. Poi è venuto a trovarmi in studio a Berlino, raccontandomi le sue idee per la Biennale. Di Marx avevo già usato molti riferimenti e mi piace la sua idea di critica radicale al senso del lavoro manuale e intellettuale».
E cosa provi quando attraversi quella stanza all’Arsenale dove c’è la tua opera?
«Con Enwezor abbiamo scelto con cura lo spazio. E mentre la installavo avvertivo tutta l’ambivalenza del discorso che si era fatto strada dentro di me: potevo percepire silenzio e immobilità e allo stesso immaginare il rumore di tutte quelle motoseghe se fossero in azione».

Corriere del Veneto

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