Padiglione Italia, un paese a mo’ di cripta

maggio 9, 2015

C’è chi l’ha paragonato a una cattedrale, con altari e navate. Chi a una città. E in questo caso a Vincenzo Trione, il curatore del Padiglione Italia, il paragone piace: «La sento come fosse una città, con strade larghe e sentieri stretti. E quartieri: in ognuno un artista». Dunque 15 quartieri-artisti, tutte «variazioni di uno stesso tema, la memoria». Ogni opera «un gesto sintetico», che lascia intravedere la trama del sottotesto e insieme a comporre una sorta di “Codice Italia”.
Dunque, anche il padiglione nazionale ha preso il via, ieri, con la benedizione di Paolo Baratta, presidente della Biennale, di Luca Zaia governatore veneto e di Federica Galloni, neo-direttrice del Dipartimento per il contemporaneo al Ministero della Cultura. Assente Dario Franceschini, che invece presenzierà oggi la consegna dei Leoni d’oro, aprendo così ufficialmente la kermesse al pubblico.
Dominano il bianco e il nero e nel buio si aprono le cripte cubiche riservate ad ognuno dei 15. Se esiste un Codice Italia sembra denso di cupezza. A volte struggente, come la parete di ritratti fotografici o cosmogonia interiore di Antonio Biasucci. A volte straziante ,come i cappotti intrappolati nei travetti di Kunnellis. O dolorante ammasso di tubi, forme e terra dei giovani Alis/Filliol. O sorprendente ancora che sbuca da una parete di vetri andati in frantumi da Claudio Parmeggiani. Solo Marzia Migliora ci abbaglia e ci disorienta con la sua stanza di pannocchie, su cui ci si affaccia da un armadio aperto e in fondo ci si riflette in uno specchio uguale.
«Ci sono curatori che presentano artisti con spavalderia, altri che li evocano come fantasmi. Trione ha fatto entrambe le cose», ha detto Baratta. Cosa che peraltro suona ancora più vera nel caso di Paolo Gioli. Classe 1942, nato a Sarzana di Rovigo e residente a Lendinara, Gioli è quasi misconosciuto qui a Nordest, mentre le sue opere campeggiano al Moma di New York e al Centre Pompidou di Parigi. «Non chiamatemi artista né maestro», ci dice subito, «sono solo l’autore di quello che vedete».
Nato come pittore, a New York ha incontrato la fotografia e il video, acclamato presto per le sue sperimentazioni con polaroid di grande formato. Come quelle esposte al Padiglione Italia, dieci toraci, colti «con una camera ottica costruita da me, in cui lasciavo filtrare la luce con carte colorate, che così hanno segnato le immagini».
Corpi che rimandano ai San Sebastiano del Veronese e del Tiziano, ma che alla fine riflettono niente più di quello che siamo «e siamo tutti brutti quando stiamo nudi, rilassati, non in posa, davanti a un obiettivo fotografico», dice tranquillo Gioli. «Mostriamo ferite, cicatrici, imperfezioni: la memoria è scritta là sul corpo». E’ in questo modo che l’artista rodigino ha declinato il suo Codice Italia. «La forza della nostra fotografia all’estero si spiega perché veniamo tutti dal neorealismo».
«Ho viaggiato ovunque, ho vissuto questo paese in modo intermittente, ma ho tenuto la mia base là dove sono nato. Bisogna sempre in qualche modo avere un punto di riferimento, un luogo dove tornare», racconta. A chiedergli se abbia nostalgia degli anni ’60, quando ha cominciato a volare da una residenza d’arte all’altra, lo si vede scuotere la testa: «Vengo da una famiglia poverissima, erano tempi davvero duri, come posso averne nostalgia. Mi vedevano dipingere e studiare pittura e mi consideravano niente più che un disadattato o un incapace. Se non sapevi far niente se non dipingere cosa potevi essere?».
Poi il successo, che però non ha mai sanato il rapporto ruvido con la sua terra. «Ho detto anche tanti no. Non ho mai accettato qualunque proposta di lavoro o mostra che pure mi facevano. Non si lavora con tutti». Un esempio? «Con i fascisti no». Anche questo è Codice Italia.

Corriere del Veneto

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