Il Leone dell’Armenia

maggio 10, 2015

Nell’isola di San Lazzaro l’emozione è palpabile. Se nella Sala delle Colonne di San Giustinian, sede della Biennale, un applauso lungo e caloroso ha accolto il Leone d’oro assegnato al Padiglione Armeno, qui al monastero corre una sorta di euforia tra gli artisti, oltre che una gran folla di visitatori ingrossata dall’annuncio. Persino padre Elia, alla guida dell’isola-monastero e dei suoi 15 abitanti religiosi, cede a un sorriso e incrina il suo aplomb spiccio e imperturbabile: «soddisfatto e orgoglioso», finisce per dire anche lui.
Questo è il cuore della cultura armena fin da quando, esattamente 300 anni fa, la Serenissima donò alla comunità i 7 mila mq di isola per i servigi e l’alleanza. «Di fede cristiana e con passaporti orientali, eravamo una chiave d’accesso tra i due mondi». Tutt’ora la cultura armena è parte viva della città e di tutta la regione. Un prestigio che va la di là dei numeri, che a Venezia si fermano a una ventina di discendenti armeni cioè solo 4 o 5 famiglie.
Il Leone d’oro è un colpo segnato dalla diplomazia culturale, nel centenario del genocidio mai riconosciuto dalla Turchia. E’ un premio intensamente politico in una Biennale densa di politicità. «Credo che solo in una Biennale diretta da un curatore come Okwui Enwezor, con la sua sensibilità, il suo essere africano, poteva arrivare a noi questo premio», dice Adelina Cüberyan von Fürstenberg. la curatrice.
Armenità è il titolo di un padiglione diffuso con raffinatezza tra sale e anfratti del monastero, rispettando e dialogando con il patrimonio di manoscritti, oggetti, stampe e stampanti, colonne e patio, giardino e cappelle. «Alla fine non è solo politico, è un premio alla poetica dell’intero progetto espositivo», sottolinea Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, i due soli italiani del gruppo di artisti invitati. Diciotto, di nazionalità e di età diverse, dagli Usa alla Siria, da Buenos Aires a Beirut, ma tutti accomunati dal fatto di essere nipoti e bisnipoti o comunque discendenti di sopravvissuti.
Sono i rivoli della diaspora lunga centinaia di anni, che si è fusa con una miriade di culture locali. Non a caso
Von Fürstenberg sottolinea di non aver allestito «una mostra di rappresentazione “nazionale” in senso stretto o di ciò che è successo. Ma il dispiegarsi poetico della consapevolezza che accomuna gli artisti cui ho chiesto di indagare quel codice identitario, rimasto nel metissage delle culture e delle storie».
Che cosa sia l’armenità sedimentata è difficile da spiegare. «E’ un sentimento», riflette Gianichian, «Ed è la parola», quell’oralità che ha tramandato la catastrofe e le favole, che lui e la moglie hanno tradotto in un toccante rotolo di piccoli disegni. Ed è pure quella sensazione di «una giustizia che non arriva mai», come dice padre Elia. L’armenità è un dolore, insomma, persistente e sotto traccia. Come lo smarrimento delle foto di Aram Jibilian o l’inquietudine della casa di Anna Boghiguian. E’ ciò che è colato fin dentro la Turchia e torna a galla, come in Sarkis (nato a Istanbul) e nella tristezza che esalano sue installazioni fotografiche.
Un padiglione che è «un palinsesto», l’ha definito la giuria della Biennale d’arte motivando il Leone d’oro, perché «rappresenta la tenacia della confluenza e degli scambi culturali». Un padiglione che è una lezione.

Corriere del Veneto

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