Luca Nichetto, Venezia living-room

maggio 23, 2015

Se Venezia fosse un ambiente d’interni da ristrutturare, da dove comincerebbe un designer come Luca Nichetto? Lui ride: «Se fossi il sindaco insomma?». Un sindaco-designer, sì. «Ok, costruirei prima di tutto un living room: un luogo comune dove gli abitanti possano ascoltare una buona musica, leggere un buon libro e soprattutto parlare. Credo ce ne sia bisogno».
Luca Nichetto è uno dei più quotati designer in circolazione.
Classe 1976, originario di Murano, studi all’Istituto d’arte di Venezia e poi allo Iuav, design industriale. E da là una sfilza di premi. Divide la sua vita tra la laguna e Stoccolma e in giro per il mondo, dove si muove tra prestigiose commesse. Ha due studi: uno a Porto Marghera, in via dell’Azoto, e uno nella capitale svedese ed è qui che lo rintracciamo. Svedese è la moglie, Åsa, che lavora come costumista all’Opera di Stoccolma e a giorni darà alla luce un bimbo.
«Mi sento sempre veneziano. Amo quella città. Sono orgoglioso di aver studiato là, di aver aperto il mio studio, di lavorare con alcune tra le imprese eccellenti del Nordest. Voglio dire: mi piace il fatto di aver dimostrato che si può fare, che è una città piena di energie e di talenti. Però…»
Però si trova a Stoccolma.
«Sì, e ne sono altrettanto felice. Mi chiedo: quanti della mia generazione e più giovani all’estero trovano opportunità che da noi non ci sono? Penso a Philip Stark, per citare uno che a Venezia è di casa: aveva la mia età quando il Comune di Parigi gli ha commissionato l’arredo urbano. E allora non sarebbe una buona azione ,per chi amministra, offrire ai giovani di tante discipline che sono andati via l’opportunità di fare qualcosa per Venezia? Credo che saremmo tutti felici di dare il nostro contributo».
Lei è stato uno dei pionieri a far base a Porto Marghera, aprendo lo studio.
«E’ stato ormai 15 anni fa, era uno stabile dell’ex-Vetrocoke Azotati. Pensavo che la zona si trasformasse velocemente. Certo, molto è cambiato, ma non è mai decollato il rilancio. Quello che Rotterdam ha realizzato col suo porto qui non è mai successo, eppure si poteva e si potrebbe fare»
E che idea si è fatto?
«Conosciamo tutte le problematiche e quanto sia complesso, ma ci ritroviamo oggi, in piena crisi e senza fondi, a non sapere che farcene di quella zona. E’ evidente che manca una regia, che il pubblico non ha una visione. “Pro-getto” significa getto in avanti, guardo al futuro. Invece siamo ancora qui a parlarne. Penso allo sperpero di risorse finite in corruzione. Neanche in Cina trovo gli ammiccamenti che sento in Italia. E poi il gap in infrastrutture, ad esempio la banda larga».
Pubblico senza una visione e privati poco coraggiosi?
«Oggi è tutto più difficile. Penso all’imprenditoria italiana degli anni ’60 e alla sua capacità di futuro. Ci manca uno come Adriano Olivetti, manca il desiderio di investire nelle nuove generazioni. E in tutto questo che ruolo vuole giocare l’Università? Ricordo l’intuizione dello Iuav di legare architettura, arti, design e imprese. Penso allo splendido lavoro realizzato da Maria Luisa Frisa con moda: ora leggo la crisi profonda in cui è precipitato lo Iuav e non posso non pensarla legata alla crisi della città».
Allora provi a immaginare Venezia come un ambiente d’interni. Da dove cominciare per ristrutturarlo?
«Comincerei a ricostruire il living room: un luogo comune dove gli abitanti possano ascoltare una buona musica, leggere un buon libro e soprattutto parlare. Poi tutti assieme potremmo progettare la cucina, il bagno, la camera propria e degli ospiti. Certo dovremmo capire chi è il committente: sono i veneziani o gli stranieri? A chi è destinata questa casa-città? E che città intendiamo? Mi sembra ormai ridicola anche la contrapposizione fra Venezia e terraferma».
In che senso?
«Venezia è ormai il centro storico di una città più grande. E’ speciale? Sì, lo è. Ma anche no: Stoccolma ha il suo centro storico in un’isola e tutto attorno la città moderna. Venezia ora sembra una giostra e chi ci abita appaiono alieni, mentre Mestre dovrebbe essere la città-normale. Ma fa molta pena vederle da fuori e viverle da dentro allo stesso tempo. Dicono: a Mestre hanno fatto molto per valorizzarla. Certo in alcune zone sì, magari a discapito di altre, come via Piave. Dicono sia la China-town, dimenticando che non è questo il problema. Tutte le città al mondo hanno una loro China-town: vogliamo dare un’occhiata a quella di New York?».
Eppure chi avrebbe immaginato anche 15 anni fa che Venezia diventasse una capitale dell’arte contemporanea?
«Di questo va dato merito alla Biennale che ha trascinato tutta la città. Ma ricordo come tanti commercianti credessero fosse una nuova ondata di turisti sprovveduti da spennare. Ora si accorgono come ci siano flussi diversi che usano la città in modo diverso. Mi chiedo: chi ha saputo cogliere questo cambiamento? E’ riuscita la città ad attivare nuove attività, nuove professioni, nuove economie? Lo stesso vale per l’area metropolitana. Non parlo della Città Metropolitana di cui si discute a vuoto e forse per nulla, visto che questa non è una metropoli. Parlo di un territorio distante venti minuti, con un sistema di trasporti veloce e continuo stile metro. Perché non si è capaci di fare queste cose?»

Corriere del Veneto

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