La moschea di Büchel, l’arte della burocrazia

maggio 24, 2015

«Dove sono gli intellettuali che si commuovono per i profughi e dicono sempre le cose corrette?», si chiede lo scrittore Francesco Maino. Si riferisce alla Moschea di Christoph Büchel, il padiglione islandese per la Biennale in corso, chiuso venerdì da Ca’ Farsetti. Maino, l’autore del best-seller Cartongesso, è di San Donà ma con radici veneziane. E’ stata la sua una delle rarissime voci del mondo della cultura che in questi giorni si sia esposta (con un seguitissimo post in Facebook), nel pieno delle polemiche.
Racconta: «Alle Gallerie dell’Accademia c’è una tela del Bellini in cui un gruppo di mori si lanciano in acqua per recuperare la Croce di San Lorenzo caduta. Quel gesto non è stato ricambiato in questi giorni, tanto meno dai “cugini” in Patriarcato». Così dice. «Venezia nel 2015 non è in grado di contenere un’idea nata da un artista? L’immagine oscena di due poveri vigili che chiudono quell’idea in nome di un linguaggio disemozionale e amorale come la burocrazia mi ha lasciato senza fiato».
«Alla fine sta in quel gesto forse il cuore dell’opera, più che sul discorso sociale e culturale – riflette il duo di giovani curatori Francesco Urbano Ragazzi, che due Biennali fa erano nel team proprio di Büchel per un’altra azione artistica – Alla fine sembra un’opera sulla burocrazia. E in una città commissariata chiama in causa il vuoto in cui siamo sospesi. La mancanza di parola è colmata dai permessi amministrativi».
«La chiusura è un gesto grave e inaccettabile», è secco Salvatore Lacagnina che dirige l’Istituto di cultura della Svizzera, il paese di Büchel, che il 15 giugno gli conferirà tra l’altro il Gran Premio d’arte 2015. «E’ un artista abituato a lavorare sul confine delle cose standoci all’interno. E’ un lavoro ambiguo, perché l’ambiguità è il suo materiale. Lui è un maestro nel creare eccezioni meravigliose e nel toccare i punti dolenti dei discorsi pubblici. Mi auguro che il dibattito continui, che si allarghi fuori dalle banalità e dalla burocrazia».
Se un merito la «provocazione» di Büchel ce l’ha, continua Angela Vettese, alla guida di Arti Visive allo Iuav (e anche lei su Facebook con un post molto commentato), «è aver sollevato un sorta di non-detto soprattutto in centro storico, dove si finge non esista una popolazione e una manodopera musulmana. Quel padiglione ricorda quanti magazzini e posti di fortuna a Mestre e a Marghera sono stati trasformati in moschee e luoghi di preghiera. Alla fine resta l’evidente realtà: la città da sempre capitale della tolleranza non ha una moschea. Dal punto di vista mediatico l’artista ha fatto bingo».
«Ma se non si sta dentro la provocazione che si lancia, si rischia di creare il vuoto e lasciare la parola alla pancia di populisti e fanatici – gli fa eco Marco Baravalle, del Sale Docks, autore ieri di un post su Globalproject – A me sarebbe piaciuto che Büchel fosse rimasto, facendo vivere veramente quel Padiglione e assumendosi le responsabilità che pure ha fatto emergere. Penso ad esempio all’uso della città e alla comunità islamica locale».
E qui arriva un altro nodo. «Il padiglione in realtà ha sfatato un altro stereotipo: una comunità musulmana come blocco unico e soggetto passivo che aspetta la concessione di uno spazio come un dono – riflettono Urbano e Ragazzi – Invece si è dimostrata un soggetto attivo che ha costruito una propria posizione dentro l’opera, decidendo ad un certo punto di ritirarsi. Forse il soggetto più consapevole di quello che stava succedendo».

Corriere del Veneto

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