L’arte di contagiare le imprese

giugno 15, 2015

Mai avrebbero immaginato di finire esposte alla Biennale d’arte. Vederle in fila, nove imprese venete ai Giardini di Venezia, non ha precedenti. Si possono discutere natura e gestione dell’operazione, allestimento e impatto visivo, siamo pur sempre nella più prestigiosa arena d’arte internazionale. Ma quello che va in scena al Padiglione Venezia è sicuramente sorprendente. Così, dal Cadore a Torre di Mosto, da Noventa Vicentina a Crocetta del Montello, sono sbarcati in Biennale Dainese, L.A.Eyeworks+M1, Magis e Tubes, Virginio Npm, Staff international e poi Formabilio, De Castelli e la Fabbrica lenta di Luigi Bonotto.
Certo, come sottolinea Paolo Baratta, il presidente della Biennale, quel padiglione fin dalla sua apertura era destinato alle arti decorative e «per il futuro scommetterà sempre di più sull’art&craft ad alta tecnologia».
Ed è vero pure che sulla manifattura culturale si è dibattuto a lungo negli ultimi anni, a cominciare dal fortunato “Futuro artigiano” descritto da Stefano Micelli, attuale direttore della Fondazione Nordest. Ma qui c’è un vero e proprio scarto che smargina i confini della creatività applicata alle produzioni ed entra in una sfera considerata d’arte.
Operazione rischiosa, dunque. «Rischiosa per me – se la ride Aldo Cibic, designer vicentino di fama internazionale che ha curato il padiglione – Chi entra potrebbe pensare di stare in un qualunque stand di imprese. Ma è averlo esposto in quel contesto che gli cambia di segno».
Cosa ci sta dunque in questo spazio liminale tra arte e impresa? Per descriverlo, Cibic ha tracciato una mappa lessicale. Ricorda la «bottega», esperienza tipicamente italiana, dove arte, artigiano, imprenditorialità convivevano naturalmente. E parla, tra l’altro, di «estetica della difficoltà» che alimenta da sempre artisti-impresari veneti. «Mi colpisce la quantità di amore per il lavoro tra questi manifatturieri che nemmeno sono mai stati calvinisti – continua sorridendo – E la quantità di bellezza che viene investita. Mi interessava far emergere proprio questo risvolto pedagogico: cosa significa il fare?».
Il fatto è che il mondo dell’arte e quello dell’impresa sembrano guardarsi con altri occhi, con un interesse nuovo che va al di là del tradizionale mecenatismo o collezionismo del secondo (quando capita) o di qualche committenza per il primo. C’è poco da fidarsi nell’avere dentro l’impresa un artista. E può essere una delusione per un artista ascoltare un imprenditore. Quello che successe con Adriano Olivetti resta raro e remoto. Eppure, se fosse proprio qualcosa di strategico per la manifattura 3.0?
Prendete l’intesa sottoscritta tra Confindustria e Regione Veneto. Un primo protocollo sottoscritto nel 2010 ha permesso di mappare il rapporto tra imprese e mondo culturale e di individuare alcune coordinate. Rinnovato nel 2014, sull’onda anche dei nuovi meccanismi di agevolazione fiscale (come l’art bonus), ha messo a fuoco tra le varie iniziative anche un progetto-pilota ideato assieme alla Fondazione Bevilacqua La Masa. “Alchimie culturali” si chiama e ha portato 19 aziende venete ad aprire le porte ad artisti emergenti.
Dal Caffé Dersut a Rubelli, la Sportsystem di Montebelluna e i vini Zonin, la Tipoteca Italiana a Rossimoda, solo per citarne alcuni. «Per queste imprese la sfida è di incrementare la propria progettualità – spiega Antonello De’ Medici, di Confindustria Federturismo – Non si tratta qui di studiare nuovi brand o soluzioni creative, ma tentare una nuova apertura nel senso dell’impresa e di quello che fa». Aprirsi insomma a «nuove visioni», come le chiama De’ Medici. E questo vale nella produzione. Ma anche nei processi produttivi? «Certo, immagina un artista che si occupa di arte performativa o relazionale che scruta e interviene in un’impresa di hospitality. O un artista che lavora coi suoni, dalle installazioni ai paesaggi sonori, dentro una cava o un’azienda meccanica. Potrebbero dare una nuova consapevolezza e visualizzare soluzioni inimmaginabili».
«Il lavoro tra i nostri artisti e le imprese coinvolte è stata una sorta di educazione reciproca – racconta Angela Vettese, che presiede la Fondazione, oltre che il corso di Arti Visive allo Iuav – Le aspettative sono molto diverse e il passaggio di queste intrusioni non semplice. Ma credo che la manifattura veneta abbia nelle sue eccellenze un potenziale davvero unico». Forse la punta più avanzata di questa curiosità, spiega, è il caso Bonotto, la cui «frequentazione e conoscenza di un fenomeno d’arte come Fluxus gli ha permesso di sperimentare temi come il caso, il tempo, l’audacia, dentro le proprie produzioni tessili».
Se quelli di “Alchimie culturali” sono stati un po’ gli esploratori, il progetto potrebbe ora mettere le ali. Per questo diventa “100 imprese per 100 artisti”, una piattaforma web (e reale) che partirà fra qualche settimana, puntando ad investire davvero e in profondità la manifattura, aprendo proprio uno spazio d’azione tra arte e impresa che non ha precedenti.
Entrare nei processi di produzione è forse la sfida più interessante per un artista. Tanto più porosa è l’impresa, quanto più potrebbe scoprire la prateria che ha di fronte. Affascinante e sconosciuta. Alcuni tentativi ci sono. Entriamo alla H-Farm di Villorba. Qui, tra le start-up del più importante incubatore italiano, incontriamo Davide Scomparin alla guida della Desall. Anche se i protagonisti non sono “artisti” (o non si definiscono tali) ma designer, è il dispositivo che si è rivelato estremamente interessante. I tre soci trevigiani trentenni della Desall hanno creato una web-community in cui partecipano imprese e creativi. Quando un’azienda si trova in difficoltà su qualsiasi versante produttivo lancia una call e tutti possono partecipare da qualunque parte del mondo offrendo delle idee-progettuali. «Un’azienda meccanica di Bassano faceva da una vita tondini di ferro per i frigoriferi dei supermercati – racconta Scomparin – Voleva ampliare il proprio mercato con nuove idee. Ha lanciato la call e ne ha ricevute 150: ora ha allargato il mercato, target e forme di produzione». La community di Desall conta 50 mila iscritti. Ad ogni richiesta si attiva almeno il 10% mandando dal centinaio ai 2 mila progetti, raccontano.
Anche in questo caso è la tensione ad esporsi all’inedito che colpisce. Qui torna «l’estetica della difficoltà» di cui parla Cibic che accomuna vecchia e nuova manifattura, ma che oggi sembra più evidente, quasi «un salto antropologico di apertura che le vecchie generazioni forse non avevano o di cui non erano così consapevoli».

Corriere Imprese

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