culture, società

Viaggio tra le chiese “proibite” di Venezia

Nel sentir definire una chiesa «sconsacrata», don Gianmatteo Caputo sorride e alza gli occhi al cielo. «Per noi non esiste questa parola», dice il prelato che per parrocchia ha le attività culturali della Curia di Venezia. «Una volta consacrata, lo è per sempre. Può essere solo profanata, ad esempio se avviene un omicidio. Allora si procede con nuovo rito di consacrazione».
Ecco risolto anche il mistero dell’ex-Chiesa della Misericordia, trasformata da Christoph Büchel in una moschea, realizzando uno strepitoso padiglione islandese per la Biennale d’arte in corso. Chiusa dalla burocrazia comunale che non capiva se fosse arte, la chiesa-moschea di Büchel ha portato alla ribalta un patrimonio che la città spesso dimentica di avere.
A Venezia si dice che qui ci siano più ponti che chiese. E queste ultime sono 157. Altre 40 sono andate distrutte. Oltre 30 ad oggi risultano «chiuse al culto». Storie di santi e di guerre, affari e badesse. E un futuro che parla d’arte e di new economy. Spesso spoglie, a volte dei veri gioielli, le navate chiuse sono avvolte dal silenzio delle funzioni che non si tengono più. Succede perché non vengono più frequentate dai credenti. O perché sono in pessimo stato. Succede e basta.
Rintracciare i proprietari, pubblici o privati, e trovare le chiavi per aprirle è più difficile di quello che si possa immaginare. Prendete San Lorenzo. Una delle chiese più affascinanti. Antica quanto la città, sede di un convento di suore upper class che per le cronache erano vestite «a seno mezzo scoperto e un abito più da ninfe che da monache», qui fu sepolto Marco Polo. Oggi il pavimento della navata è aperto come una ferita, sui cui si impone un altare in marmi policromi, statue e rilievi. Il governo messicano se n’era così innamorato da volerlo come padiglione per la Biennale. Poi ha cambiato idea e ha preferito l’Arsenale, questione di prestigio. Ora si è fatta avanti la Fondazione Thyssen, che potrebbe averla per 9 anni in cambio di 1,2 milioni di euro di restauri.
Non va così a Sant’Anna, abbandonata in un lembo struggente della città che da via Garibaldi porta alla piccola San Pietro di Castello. E’ un’altra di proprietà del Comune, che tuttavia non sa ancora cosa farsene né dove trovare le risorse per i lavori urgenti. Nel vicinato, quasi tutto di anziani, si ricordano quand’era un ospedale militare, fino a trent’anni fa. E ora sognano una balera. Un tempo e per sei secoli, c’era invece un convento. Ci presero il velo due figlie di Tintoretto, che devote ricamarono una pala d’altare in seta. Si dice che una delle due, finito l’immane lavoro, sia diventata cieca.
Un intero patrimonio rischia di scomparire. Lo sa anche il Patriarcato, che si affanna a metterle a valore. La piccola San Gallo, ad esempio, ospita una mostra di Patricia Cronin. A San Fantin, chiusa da decenni, ci potrebbe stare un archivio di musica sacra in accordo con il Teatro La Fenice che si erge giusto di fronte. Il restauro della sacrestia è terminato. Ma come aprirla e curarla è tutto da vedere. Nella navata si alternano preziosi dipinti su cui è in agguato l’umidità. E poi un’acquasantiera più che millenaria. E una cripta sotto l’altare, cosa rara in una città galleggiante.
L’Oratorio di San Ludovico, nascosto in una calletta cieca a pochi passi dalla stazione marittima, è invece in mano all’Ire, l’istituto caritatevole che qui aveva un ospizio. Da qualche anno l’associazione Nuova Icona lo ha ripulito e trasformato in un set di mostre e workshop, come raccontano Francesco Urbano Ragazzi, un duo di curatori tra i più brillanti in città. A San Ludovico capita di ascoltare anche musica noise e sperimentale che strappa più di un sussulto ai vicini ma regala almeno un tono metropolitano.
Attraversiamo la città e finiamo in un angolo del Lido. Qui si apre l’enorme complesso dell’ex-Ospedale al mare, abbandonato, oggetto di ripetute compravendite tra Comune, privati, demanio. Non si sa cosa ne sarà dei 33 padiglioni ospedalieri, ma la chiesetta e il teatro Marinoni, piccoli gioielli di primo ‘900, dovrebbero rimanere pubblici. E’ su questo che si sta battendo un gruppo di architetti, urbanisti, attivisti. Una delle esperienze civiche più originali della città. Una soluzione? «Un trust civico, che controlli, raccolga fondi e gestisca, sullo stile anglosassone».
Il fatto è che non tutto può diventare espositore d’arte, già si rischia la bulimia. Sara Marini è professore allo Iuav e si occupa di «architetture dello scarto», residui e interstizi urbani da ripensare con logiche di ricycle. Inevitabile che le chiese abbandonate finissero nelle sue ricerche. «Abbiamo proposto ad un’impresa di aprire qui una propria sede», dice indicando sulla mappa una delle cappelle. «Perché questa città può ripensare la sua economia puntando sull’immateriale e l’high-tech, non solo su mostre e turismo. E riadattare una chiesa in questo senso ci costringe a trovare soluzioni per sicurezza, materiali, impianti, design e interventi non permanenti. Una sfida e un’opportunità per tutti».

Io Donna / Corriere della Sera

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