culture, società

Tutti pazzi per il tattoo

Un tempo era l’hotel delle convention dove scorrazzavano i ras locali della politica. Da tre giorni, invece, il Russott a Mestre, alle porte di Venezia, è affollato di tatuati e tatuatori. Supini o stesi di fianco su file di lettini, accovacciati o con gambe e braccia all’aria, ragazzi e ragazze aspettano con una pazienza zen che «l’artista» finisca di dar forma a fiori, teste, civette, draghi o simboli misteriosi. Muscolosi e flaccidi, nerd e post-hipster, nerboruti o smilzi, ventenni (tanti) o cinquantenni (meno), ostentano sicurezza o strizzano gli occhi, sudano ammutoliti, ma resistono fino alla fine. Tutto attorno si accalca una folla che scruta, indica, commenta.
Benvenuti alla prima Venezia International Tatoo Convention. Di solito si tengono a Milano, a Roma, a Napoli. Ma «abbiamo pensato a Venezia perché è una capitale d’arte», spiega Max, uno degli organizzatori dell’associazione veneta VTEvents.
Almeno 2000 persone hanno preso d’assalto il Russott nei primi due giorni. Oggi il rush finale (dalle 12 alle 23, ingresso 15 euro), sempre con tatoo live, performance di body painting e premiazioni con tanto di giuria. Sono 150 gli «artisti» selezionati, la maggior parte italiani, alcuni veneti e un nutrito gruppo di stranieri: Memento e Horichiro dalla Corea, Paul Talbot dall’Inghilterra, Javi Amerio dall’Argentina, Steve Butcher dalla Nuova Zelanda, solo per citarne alcuni.
Il fatto è che il tatuaggio è diventato un fenomeno di massa. L’Istituto superiore di sanità ha di recente stimato che il 9% della popolazione ne abbia almeno uno. «Il primo l’ho fatto nell’82, avevo 17 anni», racconta Tino di Milano, mostrando un’aquila con le ali aperte su un braccio. Aggiunge, abbassando la voce: «Sotto l’aquila c’era la svastica, l’ho coperta, troppi problemi». Poi ne ha fatti altri, «ma oggi sono tutti molto professionali, i colori e gli attrezzi diversi, le condizioni sanitarie non paragonabili». Ormai è raro farli “ribattere”, non ne vale la pena. Di sicuro fanno furore i grandi tatuaggi che coprono braccia, schiena, petto e glutei. Il che può rivelarsi anche piuttosto costoso. Farsi lavorare una schiena, ad esempio, potrebbe non costare meno di 3 mila euro, racconta Erica di Marghera.
Il tatuaggio un tempo era marchio di sotto-culture urbane, marginali o ribelli. «Ho imparato a fare tatuaggi 15 anni fa, me l’ha insegnato uno zio della mia fidanzatina. Usava aghi e penne bic», ride Alex De Pase, un goriziano considerato uno dei maestri italiani. Sarà lui a dirigere il primo master promosso dall’Accademia di Belle Arti di Udine: «Sarà un corso triennale – spiega – Le materie? dalla composizione alla storia dell’arte, igiene e marketing. E prove pratiche naturalmente».
Il tatoo ha rotto tutte le barriere: dalla figura romantica del galeotto a Mario, direttore di una filiale di banca, che gira «soddisfatto» e un avambraccio avvolto dal celofan. «Resta comunque un mondo molto maschile, siamo ancora una minoranza come artiste»: Felicia, milanese con un cappello a testa di lince. E poi c’è un mercato che gira attorno. I fornitori di colori: «li importiamo quasi tutti dagli Stati Uniti, ne fanno apposta per l’Europa dove i parametri sono molto più stretti», dice Carlo. I venditori di magliette su cui vanno per la maggiore teschi e zombi: «Un immaginario gotico che è da sempre legato al mondo del tatuaggio», alza le spalle Nello di Napoli. E poi spillette, gadget e piercing, comprese le semisfere a mo’ di cornetti da innestare sulle tempie e i Big Labret da infilare sotto il labbro come indios Yanomami.

Corriere del Veneto

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