politica, società

Colombia. «Noi profughe a casa nostra»

Da una parola può dipendere la vita e la morte, soprattutto dove sono coinquiline. Se si chiede a Diana dei terratenientes, lei ti strattona verso il molo sul Rio Magdalena dove le barche trasportano merci e uomini. «Qui diciamo proprietari di fondi agricoli. Quegli altri sono gli assassini», sussurra. Da quei «fondi agricoli» lei è fuggita due volte, percorrendo i sentieri di Antioquia, terra di paramilitari senza scrupoli e di militari piuttosto distratti. E di guerriglieri. Nuris Inelda non può dimenticare le urla, mentre tutti correvano con i vestiti sporchi di sangue a Bojayà, quando paracos e guerriglia delle Farc si contendevano la città di Bellavista. I primi usavano i civili come scudi umani, i secondi non hanno esitato a lanciare una bomba dentro la chiesa dove a centinaia si erano rifugiati. Anche allora i militari erano distratti. Le Farc, impegnate da tre anni in lunghi negoziati di pace, hanno chiesto perdono per quella tragedia. Non sono i soli. C’è una lunga fila da cui si attende il perdono. A cominciare dallo Stato.
Sarà difficile e doloroso uscire da mezzo secolo di conflitto. Con la recente storica stretta di mano, il presidente Juan Manuel Santos e il leader delle Farc Timoleón Jiménez detto Timoshenko si sono dati sei mesi di tempo per firmare solennemente la pace. Anche se restano aperte molte questioni, si sono accordati sui cinque punti previsti dall’agenda, aiutati da Cuba e Norvegia e accompagnati da Venezuela e Cile. Il quinto punto, quello più controverso, non era scontato. Riguarda la giustizia di transizione: i processi che si apriranno, il carcere da scontare e le pene alternative.
I fantasmi degli scomparsi peseranno non poco fin dal primo giorno di pace vera. Nuris Inelda, ad esempio, non è solo una profuga interna, una desplazada. Rifugiatasi a Medellin, le hanno assassinato il marito. Ora vive con due figli a El Limonar, un quartiere posticcio su un margine della città, dove il governo ha stipato desplazados come loro e famiglie di desmovilizados, i para che si sono consegnati. Vittime e carnefici stretti in un costone della montagna.
Ermilda è di Canos Gordos. E’ fuggita rincorsa dalle minacce. Aveva due figli. Uno è scomparso. Il giorno che hanno trovato il cadavere, è nato il secondo. Compiuti sei anni, mentre stava andando dalla zia, nessuno l’ha più visto. A Ermilda è rimasto solo il dolore. E nessuno a chi chiedere giustizia.
Dal 1985, più di 6 milioni di persone (l’87% delle vittime del conflitto) secondo la governativa “Unidad de victimas” hanno dovuto lasciare le proprie case. La maggior parte sono donne. Profughe costrette a vagare da una città all’altra del Paese. Destinate a perdere mariti e figli. Come dice sempre Maria Ninfa, «avere un figlio maschio in Colombia significa prepararsi a soffrire».
Qualcosa di biblico è successo qui. Dalle campagne ai suburbi. Da città a città. Sei su dieci vivono in povertà, che si fa estrema per più di un terzo di loro. Solo Medellin ne ospita almeno 190 mila, la maggior parte donne. Dove c’è una scia di morte o di minacce, di sicuro c’è una desplazada.
Lo si può essere anche nella stessa città. Non trattiene le lacrime Luz Helena, indicando i sobborghi di Medellin. La prima volta le è successo nel 2002, quando soldati e paramilitari hanno saccheggiato il suo negozio di vestiti durante l’Operazione Orión, la nefasta riconquista della Comuna 13 contro la guerriglia. «All’alba hanno cominciato a sparare ovunque, salendo verso il barrio» abbarbicato su una delle montagne che cingono la città. Uomini incappucciati indicavano le case dove entrare. Una macelleria.
Lei e il marito Luis Javier hanno ricominciato da capo in un altro quartiere. Lui lavorando con scuolabus e taxi, lei facendo pulizie. Sei anni dopo, altro quartiere e altro lavoro. Un giorno si è trovata vedova senza mai vedere il cadavere del marito. Fuggita in un altro angolo della metropoli, ha cominciato a non dar tregua alle autorità. Oggi Luz Helena è in prima fila mentre da poco le ruspe hanno cominciato a scavare la Escombrera, una discarica dove c’è la più grande fossa comune di Colombia. Forse là c’è suo marito in un angolo di quei 10 mila metri quadri e sotto 24 mila metri cubi di terriccio.
Il programma di restituzione della terra, in particolare alle donne, è il fiore all’occhiello del governo. Un iter lento e farraginoso. Per molti è così incomprensibile che demordono. «Si aspettano anche dieci anni. Burocrazia e tattica politica sono un mix micidiale». Lo racconta così Clara Inés Avendano. Prima per la Fondazione Mundo Mejor e ora per Bosconia, si occupa di desplazados. Sta lavorando alla Vereda Granizal a Bello. Negli anni qui sono arrivate 26 mila persone. Si sono impossessati delle terre, ma in attesa di titoli di proprietà il Municipio non porta strade, acqua, fognature.
E ritornare dove si è fuggiti? Quasi impossibile. Manca un catasto rurale e comunque «nessuno dà garanzie di sicurezza. La gente ha paura», aggiunge Avendano. C’è chi ha subito truffe o scopre compravendite di cui nemmeno era a conoscenza. Oppure «capita che vendi un pezzo della tua terra e solo dopo vieni a sapere che i nuovi vicini sono dei paramilitari. E così resisti finché puoi alle loro angherie e poi scappi. Ancora». Così è successo a Luz Marina, fuggita in un altro barrio caldo, El Alto de la Torre. I paracos fanno così per controllare il territorio. O per conto dei «proprietari di fondi» che in questo modo hanno reso immenso il loro patrimonio. Ma qui non chiamateli terratenientes.

Io Donna

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