La via (veneta) alla seta

Sono andati in Giappone a caccia di pezzi di ricambio. Alcuni si trovano ancora, altri non più. Così glieli hanno commissionati ai più virtuosi tra gli artigiani meccanici del vicentino. Entro l’anno la macchina sarà a pieno regime. In Europa si sente di nuovo il rumore di una filandina in funzione.
Qui si è riscoperta la seta. Il più pregiato dei tessuti. E sarà qualcosa con cui i cinesi non potranno competere, giurano da queste parti. Anche se laggiù continuano a produrre oltre il 90% di filato al mondo.
La filandina è arrivata in Veneto nel 1971. Serviva solo per fare delle prove di qualità dei bozzoli. Una piccola Nissan, 12 capi di lavorazione appena e la targhetta Cocoon Testing. Ora è il simbolo della rinascita di una produzione che ricorda gli albori dell’industria ma promette nuove frontiere di affari. I filati di seta italiani erano i più ambiti fino agli anni ’60. Poi il declino e il monopolio dell’estremo oriente. Nei primi ’80 è calato il silenzio nelle filande. Spenti i motori. Coperti i macchinari con lenzuola bianche.
Non potevano essere che orafi a compiere il miracolo. Siamo a Nove, provincia di Vicenza. Giampietro Zonta e Daniela Raccanello, marito e moglie, sono i titolari della D’orica. Partiti 26 anni fa dalla taverna di casa, nel giro di un decennio hanno conquistato i mercati arabi e orientali con i loro gioielli realizzati interamente a mano. L’anno scorso l’idea: «Unire lo sfavillio delle sfere d’oro con il più pregiato dei filati– racconta lei, che è la designer– Quale? La seta. Anzi la migliore seta».
Quella cinese non gode di gran fama nel settore. La qualità prima di tutto. E poi l’inquinamento fuori controllo dei terreni, un’ombra sulla bachicoltura. «Ci siamo detti: facciamola noi. Uno: rimettiamo in moto una filandina. Due: usiamo bozzoli da bachi allevati con gelsi non trattati. Tre: facciamola lavorare da cooperative sociali». Ed è ecco la seta del nuovo millennio, nata da una sconfitta e dall’oblio: «Una seta al 100% italiana, etica e biologica», dicono alla D’Orica.
Ma trovata la filandina, come recuperare migliaia di bachi? Allora bisogna andare a Padova. In un lembo tra le zone termali e la Basilica di Sant’Antonio c’è il CREA, il più importante centro europeo di ricerca sui bachi da seta. E’ qui dal 1922, ma era stato istituito cinquant’anni prima. Un gelseto che a breve sarà certificato biologico di quasi 6 mila piante. Un museo degli insetti. Un edificio i cui pannelli solari forniscono energia a tutto il Centro di ricerca.
Qui sono nate generazioni di bachi. Hanno mangiato tante foglie di gelso fino a quando era il momento di chiudersi in un bozzolo bianco per trasformarsi in farfalla. Milioni di farfalle sono sbucate fuori da quei gomitoli di filo vellutati e fittissimi, senza poter volare né mangiare per loro stessa natura. Si sono accoppiate lo stesso pomeriggio. Deposte le uova, nel giro di pochi giorni sono morte di inedia. «E’ la favola tragica del Bombyx mori», ci racconta Silvia Cappellozza, che del Centro è la responsabile.
Da ogni bozzolo l’operatrice della filanda trova il capo del filo e lo riavvolge sull’aspo. E’ la trattura. Ognuno ha un filo di seta che può arrivare fino a quasi 800 metri se il baco è di razza pura o ai due km se ibrido.
I bachi vivono nelle stanze del CREA, si strusciano tra le foglie di gelso, mangiandole insaziabili. Sono tantissimi, in vassoi impilati come padelle del pane a riposo. Si sente solo il rumore del loro masticare che sembra uno scroscio di pioggia. Le uova sono custodite in sale frigo, capocchiette di spillo puntate su fogli, appesi uno vicino all’altro. Duecento razze di bachi e 60 varietà di gelso. «Il nostro è solo un piccolo allevamento, qui nascono un 200 mila bachi». Le uova vanno agli agricoltori. Ormai, più che al tessile, servono per biomedica e cosmesi. E’ proprio questo Centro che ha mantenuto in vita il sogno di ritornare a far seta nel nostro Paese.
Fernando Pellizzari è stato l’ultimo presidente dei bachicoltori italiani. Fino agli anni ’50, racconta, c’erano 40 mila aziende agricole nel nostro Paese. Oggi ne sono rimaste non più di 30. A un certo punto è diventato più conveniente importare tutto. «Solo l’anno scorso dalla Cina sono arrivate in Italia, tra filati e tessuti, più di 3.000 tonnellate di seta». Perché l’industria tessile tiene «e se ripartisse la filiera italiana, puntando anche solo al mercato del lusso, si aprirebbe uno spazio enorme».
La scommessa, dunque, è rilanciare tutto il settore. Seta biologica e alto tasso di innovazione. Ecco perché la filandina di Castelfranco Veneto è così speciale, pur rimanendo una Cocoon Testing: «A pieno regime farà sempre piccoli quantitativi per la D’orica. Può arrivare a circa un chilo di seta al giorno», spiega Salvatore Gullì, ingegnere delle automazioni, finito in Giappone a specializzarsi proprio nelle tecniche di filatura serica. «Questa macchina è l’ultimo esemplare funzionante in Europa, unico per le sue capacità di controllo del ‘titolo’, cioè il diametro del filo».
Allora ci vuole un luogo all’altezza della sua fama. Presto lascerà il capannone e verrà piazzata in una barchessa della palladiana Villa Morosini Cappello, a Cartigliano, sempre nel vicentino. «Bisogna tornare indietro di qualche secolo: qui c’erano le filande rinomate in tutta Europa», racconta Giampietro Zonta. E così tutti i fili di questa storia di bachi e orafi, macchine e gelsi, riescono a districarsi e a ritrovare senso.

Io Donna

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