Venezuela, il socialismo dell’amarezza

In Sabana Grande, il centro città pedonale rimesso a lucido, Ana allarga le braccia: «E’ la quarta farmacia senza anticoncezionali». Kevin ha un chiosco di arepas: «Un giorno non c’è l’olio. Un altro non arriva la farina». Edison gestisce da sei anni una sandwicheria: «Prima di Chavez nessuno pagava le tasse. Sono orgoglioso di farlo. Allora controllavano i registri, ora ti chiedono solo il pizzo». Celia lavora in un museo: «Non c’è nemmeno una compagnia aerea disposta a farci un biglietto per andarcene».
Ana, Kevin, Edison, Celia hanno tutti sostenuto Hugo Chavez e il suo socialismo che dal ’98 ha trasformato il paese. E ora? Solo due nel 2013 hanno votato l’attuale presidente, Nicolas Maduro, «perché l’aveva scelto il comandante». Nessuno di loro lo farà il 6 dicembre, quando si rinnoverà il parlamento. Mai come ora per il partito socialista è stata così a rischio un’elezione, in un paese dove tutti amano andare a votare.
Il socialismo dell’amarezza passa per i tropici. L’euforia che circondava Hugo Chavez, tra i suoi seguaci e tra i suoi avversari, sembra essersi spenta dopo la sua morte nel 2013. Allora è stato così forte il lutto che gruppi di psicologi, come Maria Antonietta Izaguirre, hanno organizzato dei centri d’ascolto «perché la gente potesse elaborare la perdita di quello che per molti era il padre mai avuto o il nemico più odiato». Nella sua famiglia lei è l’unica di sinistra, anche i figli tifano per l’opposizione. E così tanti suoi pazienti. Perché tanta disillusione? «I cambiamenti sono processi lenti e contraddittori, vale per ciascuno di noi, figurarsi a livello sociale», allarga le braccia.
Poi è arrivata la crisi economica. Una congiuntura che sembra un giro di santerìa. Il prezzo del petrolio (95% dell’export) precipitato, un’inflazione che quest’anno supererà il 150%, scarsità di beni in un paese che ha sempre vissuto sulla bonanza dei petrodollari con cui importare qualsiasi cosa. Carlos guida il suo taxi nel traffico caotico della capitale. E cambia soldi. Al mercato nero un euro è più di 126 volte il tasso ufficiale. «Persino i biglietti da 100 bolivares sono diventati merce rara, anche se valgono meno di quello che si spende per stamparli».
In Venezuela si compra e si rivende qualsiasi cosa. Ai supermercati statali si fanno code anche di 10 ore, ognuno con la propria cedula in mano. L’ultimo numero della carta d’identità corrisponde a un giorno della settimana. Se finisce per 9, ad esempio, è di venerdì che si può comprare con una manciata di bolivares le merci sussidiate dallo stato. Secondo Datanalisis, la più importante società di indagine, almeno il 60% di chi è in fila rivende tutto 100 volte il prezzo pagato, dalla pasta allo zucchero, caffé e carta igienica. Li chiamano bachaqueros, cui il governo dà la caccia in quella che definisce una «guerra economica».
Alla frontiera con la Colombia la situazione è precipitata: da tre mesi da lì non si entra né si esce, il governo ha espulso 1467 colombiani e 18.600 sono fuggiti, più di 100 funzionari sono finiti in manette e si è aperta una grave crisi diplomatica. Qui il contrabbando è ben oliato, gestito da bande e da militari. E i paramilitari colombiani vi si sono tuffati, «pagati dalle destre» giura Maduro.
Alimenti, benzina e un fiume di droga e armi. Tante armi. La violenza si è fatta così brutale in Venezuela che spesso regolamenti di conti o sequestri per estorsione finiscono con la vittima decapitata e i resti sparsi per i quartieri in sacchi di plastica. Non si era mai visto, anche se è tra i paesi più violenti al mondo. Nel solo 2014 gli omicidi sono arrivati al numero terribile di 24.980.
Il governo sembra muoversi alla cieca. L’opposizione frastornata e senza un’idea su come uscirne. «Il problema è che sono tutti mediocri. Ecco cosa ci è rimasto», taglia corto Luis, un attivista chavista in Plaza Bolivar. Inizia la campagna elettorale e il clima è irreale. «Anche nell’ipotesi nefasta che vinca l’opposizione, la rivoluzione non si fermerà, governerò col popolo», ha dichiarato Maduro e chissà cosa significa.
In un paese abitato da avversari irriducibili e da odii insanabili, la situazione potrebbe infuocarsi? «Il discorso si farà più violento, certo – ammette Mercedes Chacin, firma del free-press chavista Ciudad Caracas – Ma paradossalmente il processo elettorale contiene la violenza e non la stappa». Ricorda come l’anno scorso, senza elezioni, una parte dell’opposizione avesse scelto la protesta di strada trasformatasi in guarimbas, scontri e barricate che hanno lasciato 43 morti e portato in carcere Leopoldo Lopez, il leader del partito più anti-chavista, Voluntad Popular. Per quei fatti si è beccato una condanna di 13 anni, in un processo senza testimoni per la difesa e uno dei giudici fuggito negli Usa denunciando minacce e prove fasulle.
Eppure Lopez fatica a utilizzare l’effetto-martire. A Caracas, a sentire il suo nome i più scuotono la testa, anche tra gli antichavisti. Nel caos caraqueño c’è più voglia di autorevolezza che di autorità. Forse questo spiega il successo nel giro di un anno di una rivista digitale come Contrapunto. Cronaca asciutta, nessun preconcetto, inchieste che non risparmiano nessuno. E giornalisti di diverse opinioni politiche. Quasi un miracolo nel paese del rancore. Héctor Bujanda, il caporedattore, è convinto «che sia saltata un’idea di maggioranza». Cosa vuol dire? «Prima c’erano due fronti, ognuno convinto di rappresentare la maggioranza dei venezuelani. Chi vinceva prendeva tutto. Ora entrambi sanno di rappresentare solo due minoranze».

Io Donna

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