Fiore, la scultrice afferra il suo doppio

novembre 27, 2015

Alla sua Trieste, preferisce quasi subito l’esodo Fiore de Henriquez. Forse per questo la città dov’è nata nel 1921 la lascia a lungo nell’oblio. A undici anni dalla sua morte, ora Trieste finalmente omaggia una delle più famose scultrici internazionali. Il merito va allo Spazio DoubleRoom, con una mostra che mette a fuoco non tanto la produzione scultorea di Fiore de Henriquez, quanto il peso della sua identità queer nello sguardo sul mondo e nel suo processo creativo.
In love with clay si intitola la mostra aperta fino al 29 gennaio in via Canova 9. Innamorata della creta, dunque: così Fiore aveva chiamato il tour di conferenze-workshop tenute negli Usa e in Canada a partire dal 1955. Quarantasei foto la ritraggono sfrontata e intimorita allo stesso tempo, irsuta e accigliata, vanitosa e ieratica. «Per riappropriarci di Fiore dobbiamo fare i conti prima di tutto col suo corpo e con la sua biografia», dice Massimo Premuda, che cura la mostra assieme a Dinah Voisin. Non a caso l’iniziativa rientra nel progetto Varcare la frontiera (identità #3) promosso da Cizerouno e sostenuto dalla Regione. Un lungo viaggio identitario appunto.
Fiore è il suo doppio. Una questione astrologica, intanto: ha sempre ricordato di essere nata sotto il segno dei gemelli. E’ a suo agio nella metropoli londinese come nello sperduto borghetto di Peralta (Lucca), che lei ristruttura muro dopo muro. Fiore e suo fratello Diego (famoso a Trieste per il suo bizzarro museo di cimeli di guerra), come fossero un unico essere temporaneamente diviso. Quando una coppia di fratelli le commissiona un mezzo busto lei li ritrae quasi amalgamati, efebico lui e androgina lei. La scultura inquieta così tanto i committenti che la rifiutano.
Fiore è il suo nome naturalmente ambiguo. Fiore è l’«orgoglio di essere nata ermafrodita», come rivela solo nel 2004, poco prima di morire, a Jan Marsh, la sua biografa che ricostruisce una vita tra «Art and androgyny» (The Book Mill Ed, 2004).
Fiore de Henriquez attraversa il Novecento. La sua è una famiglia di broker con lignaggio radicato alla corte d’Asburgo. Cresce in un luogo saturo e spurio di identità e così intimamente queer city come Trieste. Studia arte prima a Venezia e poi a Firenze. E si ribella al fascismo.
La sua prova del fuoco è a Salerno, in un’Italia ancora tumefatta dalla guerra e pregna di conservatorismo: nel 1949 una sua scultura viene letteralmente distrutta da ignoti che non tollerano un’opera pubblica fatta da una donna. Sbarcata in Inghilterra, nel giro di otto anni diventa così famosa che un gruppo di intellettuali strappa per lei la cittadinanza inglese. Da lì la carriera sarà zeppa di commissioni. Dalla regina madre al jet set fino a John Kennedy, tutti si mettono in fila per avere un busto.
Li fa, dice, cercando «la quarta dimensione», le pieghe di un’identità che non afferra mai. Nei suoi ritratti scultorei, attinge e rielabora le influenze che via via scopre, dagli inizi primitivisti alla libertà di forme organiche. Lei scava, scuote e manipola la materia per arrivare a qualche luogo buio e indicibile in chi ha di fronte. Gli scatti che la ritraggono mentre lavora la fermano quasi piena d’ira e di melanconia.
Londra e Peralta, la metropoli e il borghetto, diventano atelier e cenacoli. Nel borghetto della Versilia si ritira sentendosi «a metà strada tra gli dei e gli uomini». «Sono onorata di appartenere a questo terzo sesso – confida Fiore alla sua biografa, assieme alla sua attrazione per le donne – Certo, le cose che stavano succedendo dentro di me erano veramente straordinarie, ma non ero preoccupata. Ho reagito molto semplicemente». Lei riconosce il suo corpo come materiale duttile e sensuale. Negli anni ’60 ricorre alla chirurgia, prova a estirpare le escrescenze maschili dei suoi genitali. L’operazione ha successo. Ma la lascia senza fiato, come un’opera di creta che a quel punto non può manipolare ancora per adattarla a ciò che sente. Nel suo precipitare in una lunga depressione, a Peralta ricostruisce l’antica torre, che del maschile è quasi una matrice iconica. Allora ritornano le parole di Christopher Isherwood, che la ricorda arrivare alle feste e alle vernici «vestita come un contadino della Galleria Rusticana mentre proclama di amare la vita».

Il Manifesto

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