società

Colombia. E’ finita anche la guerra alle trans?

«Ero allo specchio nella toilette di un locale e mi spazzolavo i capelli. Una signora mi osservava. Ha detto: posso farti una domanda? Ho pensato: ecco, ci siamo, mi chiede se sono trans. E lei: quanto sei alta? In quel momento ho capito: la domanda che temevo era un fantasma solo mio».
Tatiana Piñeros cammina veloce nel centro di Bogotà. E’ lei che gestisce il Dipartimento di turismo in una metropoli che fino a pochi anni fa era considerata off-limits e che ora accoglie più di 1,8 milioni di visitatori l’anno. Bogotà di recente ha cambiato sindaco. Dopo una decade di governo progressista, in municipio è tornato Enrique Peñalosa, un famoso economista urbano, politicamente fuori dagli schemi, quello che per primo ha trasformato la capitale alla fine dei ’90.
Trentotto anni, una laurea in economia, Tatiana non sa ancora se le confermeranno l’incarico. Ma un anno fa la sua nomina ha suscitato scalpore. «Hanno chiesto: come si può lasciar gestire a una trans un budget così grande? Tutti hanno riso per la stupidità della domanda».
«Una volta si diceva che avevamo solo due scelte: prostituta o parrucchiera», sorride Coqueta. E’ lei che ci accompagna tra le stradine del Barrio Santa Fé, là dove il taxista ti lascia chiedendo: «Sicuri di voler entrare?». Coqueta parla italiano, imparato in dieci anni di marciapiede «perché l’Italia è un fantastico mercato per le sex-workers». Espulsa nel 2002, qui si è inventata una nuova vita.
Consulente per alcune Ong, per tutti è la leader del quartiere. Accompagna un ragazzino che ha problemi a scuola e sbriga una pratica per un anziano. Si ferma al camper municipale della riduzione del danno. Parla con due ragazzine che già a mezzogiorno provano ad essere sexy per qualche cliente. Disegna una mappa: c’è l’angolo dello spaccio, a metà strada tra la Calle 19 dove si concentrano le trans e la Calle 24 dove ci sono las gallinas, vale a dire le donne che si prostituiscono. Sulla Carrera 17 ci sono gli uomini in cerca di uomini. «Qui arrivano da tutto il paese, a centinaia nel week-end. Molte sono desplazadas, profughe interne».
Perché Colombia significa cinquant’anni di feroce guerra civile. Santa Fé è «zona tollerata» per trans e prostitute, ma i paramilitari sono ancora di casa, addetti alla limpieza social, l’igiene sociale: «Ora è più tranquillo, ma fino a poco tempo fa provocavano un black out e uccidevano a freddo chi era nella loro lista».
«A 16 anni me ne andai da Ibagué, la città andina dove sono cresciuta – racconta invece Lulù – Non ne potevo più di una famiglia machista e zeppa di militari. Un’amica mi parlava di Bogotà, diceva di vendere computer. In realtà si prostituiva nel Barrio Chapinero. E mi sono adattata». In un angolo del living di casa ora c’è una macchina da cucire. Lulù ha appena finito il terzo semestre di disegno di moda all’Università.
Primo, la paura: «Ci sono frontiere invisibili in città che non si possono superare. Una notte mi sono difesa con una bottiglia che avevo in borsa. La polizia mi ha picchiato, spruzzato il gas irritante, sequestrata per ore e lasciata lungo la ferrovia». E’ là che ha pensato di trasformare quelle attese in danza: ha creato un gruppo di ballo e di auto-aiuto, la Red Comunitaria Trans, quella che lei chiama «una comunità popolare».
Visibili, coraggiose, determinate. Le donne trans di Bogotà sono la migliore metafora della società colombiana. Il loro corpo riverbera le ferite e le paure. E la possibilità di cambiare. In un paese tanto conservatore, i cambiamenti sono lentissimi. E quando avvengono, l’effetto è a valanga.
Così è stato per i diritti civili: la legge anti-discriminazione, la modifica di nome e sesso anche senza cambio chirurgico e ora sono prossimi il matrimonio e persino l’adozione per coppie gay. «Siamo noi a dover fare un paziente esercizio di pedagogia», ammonisce Tatiana Piñeros: «Un giorno mi sono presentata in ufficio come ho sempre sognato di essere».
«Io invece da piccolo sognavo di diventare Rabbino». Laura racconta del suo «transito lungo e solitario, senza fretta, prendendomi tutto il tempo per costruire la donna che sentivo di essere». Laura di cognome fa Weinstein. Famiglia ebrea tedesca, fuggita in Colombia. «Mia madre, Angelina, si è accorta di essere incinta quando già si pensava in menopausa. Dopo 48 ore di travaglio sono sbucata fuori». Ricorda di essere stata «un bambino effeminato, timido, balbuziente. Ora so che c’è solo bisogno di essere degne di se stesse».
«Nonna Margaret diceva: se vuoi fare qualcosa, non lo fare per chi sta in alto, ma per chi sta in basso». E così ha fatto. Da cinque anni Laura dirige la Fundacion Gaat e vanta alcuni servizi all’avanguardia. Come quello sui bambini transgender: ne stanno seguendo quattro ora, tra i 6 e i 10 anni, affidati con timore e intelligenza dalle famiglie. E poi progetti di micro-imprese e di micro-credito per le ragazze che vogliono uscire dalla strada. Le indagini sulla violenza: «Nel processo di pace si dovrebbero sovrapporre le mappe di tutti i conflitti di questo paese. E aggiungerci la guerra contro le trans».
Laura Weinstein non è diventata un Rabbino. Ma a un Rabbino l’ha affidata la madre, pensando che potesse cambiare. A Gerusalemme, dove ha preso una laurea in Storia. «Alla fine lui mi ha detto: va tutto bene, continua a cercare te stessa. Gliene sono grata».

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