Panama. Il paradiso (perduto) degli Zonians

gennaio 9, 2016

Il Canale? Un paradosso. Quella cerniera gringa e aliena, la Zona, «è sempre stato il riflesso del nostro essere panameños», racconta Walo Araújo che là è andato a viverci come molti, una volta che gli americani hanno fatto le valigie. Walo Araújo ha trovato casa prima nel Cerro Ancón e poi dal 2009 nell’antico Forte Clayton dove oggi c’è la Ciudad Saber, un enorme incubatore di innovazione di cui lui cura il programma culturale.
Come uno specchio deformante, il Canale ha sempre rivelato ai panamensi tutto ciò che non erano. Là ci abitavano i gringos. Ne usciva un rivolo di rancore e di desiderio, il bruciore di una ferita e l’ansia da ammirazione. Il Canale ha sempre segnato una frontiera interna da non oltrepassare e un tabù da non violare.
Forse per questo il mito del 1964 è rimasto così impresso. Quell’anno gli studenti reclamavano il diritto di alzare la bandiera panamense. Gli americani li cacciavano a fucilate, militari e civili assieme, suscitando grandi manifestazioni. Fatti che segneranno il lento ma irreversibile addio yanqui e la restituzione di quella striscia di 1432 km quadrati al paese caraibico.
Ora che è quasi pronto il raddoppio del Canale, un’opera faraonica costata 4 miliardi dollari (vinta da Impregilo) che forse verrà inaugurata il prossimo aprile, tutti i tasselli della storia ritornano a posto. Le mega navi di nuova generazione, le “post-Panamax”, capaci di trasportare 14.000 mila container, rivoluzioneranno le rotte della logistica globale, regalando a Cuba il ruolo di hub strategico e abbassando i costi del trasporto marittimo del 34%. Con una ricaduta, in pedaggi, di 5 miliardi di euro l’anno per lo Stato transcontinentale.
Se il Canale forgiava l’idiosincrasia dei panamensi, per gli Stati Uniti rappresentava forse il più paradossale dei suoi territori. Per 95 anni a governarla è stata un’impresa protetta da un gran numero di marines. Qui per quasi un secolo sono vissute alcune generazioni di americani, se ne contavano 42 mila nel 1970. Si facevano chiamare Zonians. Abitanti di un luogo surreale, un pezzo luccicante di States nell’ombelico dei Tropici. Qui non esisteva la proprietà privata, non c’era disoccupazione né homeless. La Zona si dava arie da bolla socialista sfoggiata come fiore all’occhiello dall’Impero del capitale.
La Compagnia del Canale garantiva tutto agli Zonians, comprese scuole, cliniche, club, chiese, campi da golf, parchi e boy scout. Era il centro di un grande esperimento urbanistico, oltre che ingegneristico. Per costruirlo i migliori progettisti si sono ispirati alla ciudad hermosa di memoria coloniale e alla città progressista della scuola di Chicago. Ne è nata una vera città-giardino.
Nel1999, riconsegnato il Canale a Panama, gli Zonians tornavano nel loro paese a stelle e strisce, nella roulette del libero mercato, sprofondando in una nostalgia amara.
I panamensi entravano definitivamente nella Zona sognata e desiderata, trovando un castello di carta, meraviglioso e inservibile, da dover reinventare. Perché del Canale, come spiega bene Magali Arriola, che nel 2008 ha curato una Biennale d’arte tutta dedicata alla recente storia dell’istmo, «esiste oggi un ricordo apocrifo, alimentato di nostalgie di chi occupò la terra. Era un fantasma geografico, le vestigia di una lunga storia coloniale e postcoloniale».
Allora bisogna tornare indietro di un secolo. Con la separazione di Panama dalla Colombia, nel 1903 Washington firmò un trattato con cui si prendeva “a perpetuità” il Canale creando la Zona. Gli Zonians cominciarono a sbarcare, a costruire il loro mondo incantato portandosi un pezzo di Midwest e il loro way-of-life come alieni nel corpo di un altro paese. Trapiantarono anche i loro tic, segregazione razziale compresa, almeno fino agli anni ’60 e doppi livelli salariali tra loro e i locali criollos. Poi arrivò anche il ribollio anticoloniale. E le generazioni in fermento. Il che portò nel 1979 Omar Torrijos Herrera, uomo forte di Panama e Jimmy Carter a firmare un nuovo trattato che nel giro di 22 anni avrebbe fatto abbassare la bandiera a stelle e strisce lungo tutto il Canale.
Pochi degli Zonians sono rimasti qui. Qualcuno ha continuato a lavorare sulle chiuse. C’è chi si è sposato con panamensi. Ma quasi tutti se ne sono volati via. Così ha fatto anche Bill P. McLaughlin. Ci era nato nel 1939 e ci ha vissuto per 45 anni. Suo padre Frank ci ha lavorato per tre decenni. Anche la sua casa è andata a una famiglia panamense. «Sono tornato laggiù alcune volte, li ho incontrati, erano carini – ci racconta da Tampa, Florida – Ora non voglio più andarci, sento troppa tristezza». Anche lui è membro della Canal Society che ogni anno organizza una reunion. Quest’anno si sono rivisti in 300 a Orlando.
Nella Zona i vecchi edifici, i campi da golf, le chiese hanno una patina decadente o sono stati travolti dall’aspra confusione caraibica. Un paradiso perduto. Un paradiso inventato. «A quei tempi era tutto perfetto. Ora è tutta un’altra cosa», sospira McLaughlin. «Abbiamo il dovere di ricordare». Per questo ha creato un suo museo virtuale, mettendo le immagini di oltre mille oggetti raccolti nella Zona. Antichi monili ispanici e bottiglie di chocolate milk, gli alberi di natale e le foto di famiglia, le scatole di gelato Flavor Rich. Una quantità di memorabilia.
La melanconia è l’unica cosa che accomuna chi è uscito e chi è entrato. «Spesso ho sentito dire: “Quando i gringos erano qui la Zona era così bella, coi suoi prati ben curati e tutto così pulito” – racconta Walo Araújo – Sarà stato anche vero, ma è altrettanto vero che Panama è un paese pieno di contraddizioni e non un paradiso protetto. E questo spiega bene la percezione distorta che abbiamo di noi stessi».
Riprendersi il Canale è stato un sogno e una maledizione. La vena aperta tra i due oceani. E la porta tra il dentro e il fuori di se stessi. Zonians e panameños.

Io Donna

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