Era Postwar

gennaio 22, 2016

Il portone con i pezzi di vetro colorato incastrati in una trama di ferro è una di quelle immagini simbolo di Venezia, diventata ormai a tutti familiare. Un oggetto singolare che sembra sia da sempre e naturalmente parte della città. In realtà non tutti sanno che a realizzarlo è una artista americana, Claire Falkenstein, su commissione di Peggy Guggenheim.
E’ il 1960. Siamo nel pieno di un dopoguerra parallelo ad una guerra, quella fredda, nel cuore del secolo breve. La «Postwar Era» la definiscono gli anglosassoni, a ricordare una lunga epopea. E così Luca Massimo Barbero ha chiamato la nuova mostra che si aprirà il 23 gennaio fino al 4 aprile, alla Collezione Guggenheim. Ci ha aggiunto: «Una storia recente».
Perché è quel passato prossimo che a questa altezza sembra quasi archeologico e così Barbero lo ricostruisce con una serie di inciampi e di rimandi. Fruga nel lascito di Peggy (e nelle successive donazioni) per scoprire segni e firme rimaste un po’ in ombra. Evita la rigidità della cronologia e scrive un’esposizione ipertestuale, per tracciare influssi e complicità tra una sponda all’altra dell’oceano, interrompe il discorso per aprire una finestra su alcuni risvolti, come il mondo d’arte inglese o i Leoni di Damasco di Mirko.
Alla Guggenheim i cancelli dell’era post-bellica si chiudono con le inferriate di Claire Falkenstein, ma si aprono nel collage di Robert Motherwell, che poi è il suo «Autoritratto» datato 1943, una figura che non casualmente è un assemblaggio di strappi e ritagli. Vicino, «L’atomo» di Richard Pousette-Dart, una colata di colori a mo’ di esplosione atomica. E non poteva essere altrimenti.
Tra i giovani americani che Peggy Guggenheim incontra, incoraggia e ingaggia, c’è Jack Tworkov, che lavora a New York nella stanza accanto a Willem de Kooning. Assieme a Franz Klein e Jackson Pollock, esplora l’espressionismo astratto e via via lo pulisce e lo supera. A lui Barbero dedica una sala, aprendo un pop-up (e così fa spesso nelle 11 sale e con le 90 opere esposte) per far luce sul «Ritratto di Z.Sharkey» datato 1948 e donato di recente alla Collezione lagunare. Attorno a quel ritratto c’è un’altalena di studi, versioni e opere contigue che esplicitano il percorso non solo dell’artista polacco ma di un’intera generazione.
Così l’irrequietezza dagli States sborda oltreoceano e affascinerà a lungo gli artisti europei: gli azzurri e i blu di Giuseppe Santomaso e Carla Accardi, le composizioni perfette di Bice Lazzaro fino a una Dadamaino del 1980. E poi gli inglesi: le sculture a montaggio di Leslie Thornton, le donne filiformi in bronzo di Reg Butler e i collage incatramati di materiale di scarto di Bill Irwin, gli impasti ruggenti di colori di Alan Davie e il suo «The Golden Drummer» (1962).
Appare al centro della mostra un focus su un altro protagonista quasi dimenticato, Carlo Ciussi e che ancora non è presente nella Collezione lagunare. Invitato da Afro alla Biennale d’arte del 1964, si concentra quasi ossessivo sulle «Serie» di «geometrie imperfette», come le definisce Barbero, forme non incastrabili, quasi a voler spezzare la visione e adulterarla, il che produce un effetto cinetico che avrà in altri gli esiti conosciuti.

Corriere del Veneto

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